Fuggi Caino”: teatro civile, memoria e condizione umana

Pubblicato il 20 febbraio 2026 alle ore 16:05

Al centro di Fuggi Caino, rielaborazione drammatica e multimediale di Pino Pesce, si colloca una riflessione radicale e senza tempo: l’eterno ritorno della guerra e del male nella storia dell’umanità. Cambiano le tecniche, si perfezionano gli strumenti di distruzione, ma resta immutato il nucleo primitivo della violenza. È questa la chiave interpretativa dello spettacolo, che oltrepassa la dimensione teatrale per assumere i tratti di un autentico discorso etico e civile.

Non a caso, la costruzione scenica si apre con Uomo del mio tempo di Salvatore Quasimodo, lirica inclusa nella raccolta Giorno dopo giorno. La poesia, scritta all’indomani della Seconda guerra mondiale, rappresenta uno dei più incisivi atti d’accusa contro la modernità: l’uomo contemporaneo, pur immerso nel progresso scientifico e tecnologico, non è riuscito ad emanciparsi dalla propria natura distruttiva. Le armi evolvono, ma la logica della violenza resta.

Quasimodo individua un contrasto tragico e ancora attuale: il progresso materiale non coincide con un avanzamento morale. L’uomo moderno, avvolto nella propria sofisticazione tecnica, continua a riprodurre dinamiche arcaiche. In questo senso, la figura evocata è quella di Caino, archetipo della violenza originaria e simbolo di una frattura che attraversa la storia.

FOTOGRAFIA DEL PROF. PINO PESCE

 

Il mito biblico di Caino, narrato nel Libro della Genesi, conserva una forza simbolica straordinaria. Primogenito di Adamo ed Eva, Caino uccide il fratello Abele in un gesto che nasce dall’invidia e dal rifiuto. Ma ciò che rende la figura filosoficamente complessa è l’ambivalenza della punizione: condannato a vagare e segnato dalla sterilità, Caino riceve al tempo stesso un marchio che lo protegge dalla vendetta. Colpa gravissima e protezione divina convivono, trasformando Caino in un simbolo universale.

Nel corso dei secoli, Caino è diventato molto più di un personaggio biblico. È l’archetipo della violenza umana, ma anche la figura dell’escluso, del ribelle, dell’uomo in conflitto con sé stesso e con l’ordine del mondo. La celebre domanda :«Sono forse io il custode di mio fratello?», continua a interrogare la coscienza collettiva, assumendo il valore di una questione etica fondamentale.

Fuggi Caino si inserisce precisamente in questa tradizione di riflessione civile. Lo spettacolo non si limita a rievocare l’orrore della Seconda guerra mondiale, ma lo trasforma in un appello universale alla pace e alla fratellanza. Attraverso canzoni, liriche e brani di prosa, portati in scena da artisti di spicco come Daniela Greco, Gesuele Sciacca e Alessandro Spagna (in arte Pandi), prende forma uno spazio di memoria e responsabilità.

Il riferimento al presente è inevitabile. I conflitti contemporanei dimostrano quanto la lezione della storia resti incompiuta. Le guerre continuano, spesso indifferenti al dolore più elementare: il pianto delle madri, la distruzione delle vite civili, la sofferenza di donne, anziani e bambini. In questo contesto, il teatro recupera la sua funzione più profonda: non semplice intrattenimento, ma luogo di coscienza.

FOTOGRAFIA DEL PROF. PINO PESCE

 

La figura di Pino Pesce, operatore culturale poliedrico,(professore di lettere, giornalista, studioso, critico teatrale e regista) si colloca coerentemente in questa prospettiva. Nel corso della sua attività ha curato la regia di numerose opere teatrali, tra cui la rivisitazione de “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello e lo spettacolo dedicato a Rosa Balistreri, “A memoria di una voce”. La sua produzione artistica, da sempre attraversata da una forte tensione civile e culturale, trova in Fuggi Caino una sintesi particolarmente significativa.

In definitiva, lo spettacolo si configura come un monito lucido e necessario. La modernità, priva di un’autentica evoluzione interiore, rischia di restare un involucro tecnologico incapace di trasformare le dinamiche fondamentali dell’aggressività umana. Fuggi (da) Caino, sembra suggerire l’opera, non significa fuggire da una figura mitica, ma riconoscere e superare quella parte oscura che continua ad abitare la storia e l’uomo stesso.

©Arte, musica & spettacolo

  Dr.ssa Luisa Zinna

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