STEFANIA TAGLIABUE, LA MEMORIA DELLA MATERIA

La ricerca artistica di Stefania Tagliabue prende forma dall'incontro tra memoria, materia e trasformazione. Il legno, elemento centrale della sua produzione, non viene scelto per le sue qualità estetiche, ma per la storia che custodisce. Ogni tavola reca impressi i segni del tempo: venature profonde, crepe, nodi, tracce di tarli, incisioni e alterazioni che testimoniano una lunga esistenza. Sono frammenti di vite trascorse, materiali dimenticati o destinati allo scarto che l'artista sottrae all'oblio per restituire loro una nuova possibilità di espressione.

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IVANA BABIC - GEOGRAFIE DELL'ANIMA E ARCHETIPI DELLA MEMORIA

L'opera di Ivana Babic si sviluppa all'interno di un territorio poetico in cui identità, memoria e trasformazione diventano elementi di una stessa, incessante ricerca esistenziale. Il suo percorso artistico appare come un attraversamento continuo di confini: geografici, culturali e interiori. Nata a Belgrado, cresciuta tra Sarajevo e la capitale serba e residente in Italia da oltre vent'anni, l'artista porta dentro di sé una geografia complessa, fatta di appartenenze multiple e di radici che non si escludono, ma si intrecciano in una trama di significati sempre in divenire. La sua pratica creativa nasce proprio da questa condizione di attraversamento. Nelle sue opere non esiste un'identità immobile, definita una volta per tutte; al contrario, l'essere umano appare come una costruzione continua, un paesaggio in mutazione nel quale il ricordo non è semplice archivio del passato, ma materia viva che continua a modellare il presente. La memoria, nelle immagini di Ivana Babic, diviene una forza generativa, una presenza silenziosa che abita il tempo e ne trasforma costantemente la percezione. Ciò che colpisce del suo linguaggio è la capacità di muoversi in uno spazio sospeso tra reale e immaginario, tra esperienza personale e dimensione universale. Alberi, uccelli, finestre, porte, scale e maschere non sono meri elementi figurativi, ma archetipi, simboli che appartengono a un patrimonio collettivo e che l'artista rielabora per costruire una narrazione aperta, capace di accogliere le interpretazioni e le memorie di chi osserva. Le sue opere non impongono significati; piuttosto, suggeriscono, evocano, invitano all'ascolto di qualcosa che esiste al di sotto della superficie delle cose. L'albero, simbolo ricorrente nella sua ricerca, diventa emblema di questa tensione tra permanenza e trasformazione: le radici affondano nella memoria e nelle origini, mentre i rami si protendono verso il cambiamento e il futuro. Accanto ad esso compare spesso la figura dell'uccello, e in particolare del pettirosso, presenza discreta e luminosa che incarna la resilienza, la capacità di attraversare le difficoltà senza smarrire la propria luce interiore. Sono immagini che raccontano il desiderio umano di appartenere a una storia e, allo stesso tempo, di continuare a cercare nuovi orizzonti. La pratica di Ivana Babic si muove inoltre tra pittura, illustrazione e poesia, discipline che nel suo percorso non rappresentano linguaggi separati ma diverse espressioni di una stessa necessità creativa. La parola e l'immagine si inseguono, si completano e si alimentano reciprocamente, dando vita a un universo poetico in cui ogni elemento contribuisce alla costruzione di una visione complessa e stratificata della realtà. In un'epoca dominata dalla velocità, dalla sovrabbondanza di immagini e dalla frammentazione dell'esperienza, l'opera di Ivana Babic assume anche un valore profondamente contemporaneo e, in un certo senso, resistente. Le sue immagini chiedono tempo. Chiedono di essere abitate, attraversate lentamente, osservate più volte. L'artista costruisce opere che si offrono come soglie, come luoghi di incontro tra il proprio universo interiore e quello dello spettatore, lasciando volutamente aperti spazi di silenzio e di possibilità interpretativa. Ed è forse proprio qui che risiede la forza della sua ricerca: nella capacità di rendere visibile l'invisibile. Emozioni, intuizioni, ricordi e stati di coscienza trovano forma in immagini che non cercano di spiegare il mondo, ma di evocarlo. L'arte diventa così un ponte tra dimensione individuale e collettiva, un luogo in cui riconoscersi e ritrovarsi, uno spazio in cui l'essere umano può ancora sostare e interrogarsi sul mistero della propria esistenza. L'intervista che segue ci conduce all'interno di questo universo poetico e simbolico, permettendoci di comprendere più da vicino il pensiero e la sensibilità di un'artista che fa della ricerca interiore, del dialogo tra culture e della meraviglia verso l'invisibile il cuore pulsante della propria pratica creativa. In un tempo che tende a consumare rapidamente le immagini, Ivana Babic ci invita invece a rallentare, a contemplare e a riscoprire il valore profondo delle domande che abitano il nostro essere nel mondo.

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DOVE IL GESTO APRE MONDI: NEL MULTIVERSISMO DI LIA CHIA

Nel lavoro di Lia Chia la pittura non è mai superficie, ma attraversamento. Ogni opera nasce come un varco aperto, un luogo in cui la visione si moltiplica e il senso smette di essere univoco. Non c’è volontà di spiegare né di guidare lo sguardo: ciò che emerge sulla tela è un accadimento, un incontro tra gesto, materia e una dimensione interiore che sfugge alle coordinate del tempo lineare.Il suo Multiversismo si configura come una geografia dell’istante, un territorio in continua mutazione dove mondi diversi coesistono senza gerarchie. Le forme non si offrono mai come immagini definitive: si rivelano e si nascondono, si trasformano se osservate da un’altra angolazione, chiedono allo spettatore di abbandonare la postura passiva per entrare in una relazione viva e instabile. In questo spazio, l’opera non è oggetto ma presenza, organismo sensibile che reagisce alla luce, allo sguardo, all’emozione di chi la incontra.La pittura di Lia Chia rifiuta la rassicurazione della ripetizione e la disciplina del riconoscibile a tutti i costi. La sua forza risiede in una libertà radicale del segno, in una gestualità che non cerca consenso ma verità, anche quando questa si manifesta come frammento, discontinuità, rischio. Ogni lavoro è unico perché nasce da un tempo sospeso, da una necessità che non può essere replicata, da un ascolto profondo di ciò che chiede di emergere.Il Multiversismo, più che un linguaggio, è una condizione dell’essere: un modo di abitare l’arte come spazio aperto, dove figurazione e astrazione dialogano senza confini, dove il visibile è sempre attraversato da ciò che resta invisibile. È un invito a perdere l’equilibrio, a lasciarsi disorientare, a riconoscere che la realtà non è mai una sola, ma una costellazione di possibilità.

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Luciano Vunich ( Modi't) - L'Arte come ascolto

Nel paesaggio denso e spesso autoreferenziale dell’arte contemporanea, la ricerca di Modi’t si inscrive come una traiettoria laterale, appartata, volutamente disallineata. Il suo stesso nome — eco del termine francese maudit — non si abbandona alla retorica dell’artista “maledetto”, ma ne distilla piuttosto una condizione di sottrazione consapevole: una distanza necessaria, quasi etica, per preservare l’integrità e il silenzio originario del gesto creativo.Il suo atelier, un garage freddo e buio che egli definisce “paradiso”, si configura come spazio iniziatico, soglia tra visibile e invisibile. È qui che la pratica pittorica si libera dalle logiche produttive per farsi ascolto, attesa, attraversamento. Le opere non vengono costruite, ma affiorano: emergono come presenze autonome da un dialogo sommerso tra materia, memoria e intuizione, in un tempo sospeso che precede ogni narrazione.Le figure che abitano queste superfici non sono ritratti, ma apparizioni. Corpi silenziosi, privi di identità definita, abitano uno spazio che non appartiene al reale, né al sogno, ma a una dimensione altra, interiore e irriducibile. L’artista non le impone: le accompagna. In questo processo, anche la musa si trasfigura, perdendo ogni connotazione esterna per coincidere interamente con l’arte stessa — presenza totale, compagna invisibile, tensione costante verso un divenire che non si compie mai del tutto.La grammatica cromatica si costruisce per sottrazione: il colore non invade, ma si deposita. Vibra in una partitura intima, trattenuta, dove toni caldi e freddi si rincorrono in un equilibrio sottile, restituendo una malinconia composta, attraversata da una dignità silenziosa. Il gesto, immediato e non mediato, conserva tuttavia una lucidità strutturale che rivela una consapevolezza profonda del costruire.Lontano dalle dinamiche del sistema e dalle sue derive spettacolari, Modi’t percorre una via autonoma, nutrita da un dialogo ideale con i maestri del primo Novecento e da una tensione incessante verso la trasformazione. La sua ricerca non si fissa, non si lascia circoscrivere: si muove, si espone al rischio del mutamento, attraversa linguaggi senza mai disperdere il proprio nucleo poetico.Questa intervista si offre come una soglia: uno spazio di avvicinamento a una pratica che rifiuta definizioni e appartenenze, restituendo alla pittura una dimensione necessaria, intima e profondamente autentica — un luogo in cui, ancora, è possibile sostare.

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TOMMASO MARCELLO : TRA MATERIA E COSCIENZA

Nel percorso artistico di Tommaso Marcello, la scultura si configura come un gesto necessario, un atto che nasce prima ancora dell’intenzione estetica, come risposta a un’urgenza interiore. La materia non è mai neutra: è presenza viva, resistente, capace di accogliere e al tempo stesso mettere alla prova il pensiero. In questo dialogo serrato tra artista e materiale si costruisce una ricerca che affonda le radici nell’esperienza personale per aprirsi progressivamente a una dimensione universale.Per lungo tempo, l’arte ha rappresentato per Marcello uno spazio intimo, quasi un rifugio, in cui dare forma a ciò che non trovava espressione nel linguaggio verbale. Un luogo di sedimentazione emotiva, dove i conflitti interiori potevano emergere senza mediazioni. È proprio da questa dimensione privata che nasce, però, l’esigenza di condivisione: la consapevolezza che quelle tensioni non appartengono a un singolo, ma attraversano l’esperienza umana nella sua interezza. L’opera diventa così un punto di contatto, uno specchio in cui lo spettatore può riconoscersi.Elemento centrale della sua pratica è il rapporto con la pietra silicea, materiale che impone un confronto diretto, fisico, quasi primordiale. L’intaglio e la levigatura non sono solo tecniche, ma fasi di un processo che alterna forza e pazienza, decisione e ascolto. La forma non viene semplicemente imposta, ma emerge attraverso un equilibrio sottile tra volontà e rispetto della materia, in un continuo esercizio di misura.

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Anna Vitaliano - Il Battito del colore

Nel panorama dell’arte contemporanea emergono spesso percorsi creativi nati da una spinta interiore autentica, capaci di coniugare sensibilità personale e suggestioni storiche. Anna Vitaliano, protagonista di questa intervista si inserisce proprio in questa dimensione, sviluppando una ricerca pittorica che trova nella luce, nel colore e nella vibrazione emotiva i suoi elementi fondanti.Fortemente attratta dalla poetica dell’Impressionismo e in particolare dall’opera di Claude Monet, Anna rielabora queste influenze in chiave personale, trasformandole in un linguaggio espressivo spontaneo, istintivo e profondamente legato al sentire individuale. Nelle sue tele, la realtà non è mai mera riproduzione visiva, ma diventa esperienza emotiva, movimento interiore, pulsazione cromatica.La natura rappresenta il suo universo privilegiato: flora, fauna, paesaggi marini e montuosi — in particolare quelli del Cilento — costituiscono una fonte inesauribile di ispirazione e contemplazione. Attraverso la pittura, l’artista traduce la meraviglia del mondo in un racconto visivo che invita lo spettatore a riconnettersi con la dimensione più profonda e armonica dell’esistenza.

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