Luciano Vunich ( Modi't) - L'Arte come ascolto

Nel paesaggio denso e spesso autoreferenziale dell’arte contemporanea, la ricerca di Modi’t si inscrive come una traiettoria laterale, appartata, volutamente disallineata. Il suo stesso nome — eco del termine francese maudit — non si abbandona alla retorica dell’artista “maledetto”, ma ne distilla piuttosto una condizione di sottrazione consapevole: una distanza necessaria, quasi etica, per preservare l’integrità e il silenzio originario del gesto creativo.Il suo atelier, un garage freddo e buio che egli definisce “paradiso”, si configura come spazio iniziatico, soglia tra visibile e invisibile. È qui che la pratica pittorica si libera dalle logiche produttive per farsi ascolto, attesa, attraversamento. Le opere non vengono costruite, ma affiorano: emergono come presenze autonome da un dialogo sommerso tra materia, memoria e intuizione, in un tempo sospeso che precede ogni narrazione.Le figure che abitano queste superfici non sono ritratti, ma apparizioni. Corpi silenziosi, privi di identità definita, abitano uno spazio che non appartiene al reale, né al sogno, ma a una dimensione altra, interiore e irriducibile. L’artista non le impone: le accompagna. In questo processo, anche la musa si trasfigura, perdendo ogni connotazione esterna per coincidere interamente con l’arte stessa — presenza totale, compagna invisibile, tensione costante verso un divenire che non si compie mai del tutto.La grammatica cromatica si costruisce per sottrazione: il colore non invade, ma si deposita. Vibra in una partitura intima, trattenuta, dove toni caldi e freddi si rincorrono in un equilibrio sottile, restituendo una malinconia composta, attraversata da una dignità silenziosa. Il gesto, immediato e non mediato, conserva tuttavia una lucidità strutturale che rivela una consapevolezza profonda del costruire.Lontano dalle dinamiche del sistema e dalle sue derive spettacolari, Modi’t percorre una via autonoma, nutrita da un dialogo ideale con i maestri del primo Novecento e da una tensione incessante verso la trasformazione. La sua ricerca non si fissa, non si lascia circoscrivere: si muove, si espone al rischio del mutamento, attraversa linguaggi senza mai disperdere il proprio nucleo poetico.Questa intervista si offre come una soglia: uno spazio di avvicinamento a una pratica che rifiuta definizioni e appartenenze, restituendo alla pittura una dimensione necessaria, intima e profondamente autentica — un luogo in cui, ancora, è possibile sostare.

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TOMMASO MARCELLO : TRA MATERIA E COSCIENZA

Nel percorso artistico di Tommaso Marcello, la scultura si configura come un gesto necessario, un atto che nasce prima ancora dell’intenzione estetica, come risposta a un’urgenza interiore. La materia non è mai neutra: è presenza viva, resistente, capace di accogliere e al tempo stesso mettere alla prova il pensiero. In questo dialogo serrato tra artista e materiale si costruisce una ricerca che affonda le radici nell’esperienza personale per aprirsi progressivamente a una dimensione universale.Per lungo tempo, l’arte ha rappresentato per Marcello uno spazio intimo, quasi un rifugio, in cui dare forma a ciò che non trovava espressione nel linguaggio verbale. Un luogo di sedimentazione emotiva, dove i conflitti interiori potevano emergere senza mediazioni. È proprio da questa dimensione privata che nasce, però, l’esigenza di condivisione: la consapevolezza che quelle tensioni non appartengono a un singolo, ma attraversano l’esperienza umana nella sua interezza. L’opera diventa così un punto di contatto, uno specchio in cui lo spettatore può riconoscersi.Elemento centrale della sua pratica è il rapporto con la pietra silicea, materiale che impone un confronto diretto, fisico, quasi primordiale. L’intaglio e la levigatura non sono solo tecniche, ma fasi di un processo che alterna forza e pazienza, decisione e ascolto. La forma non viene semplicemente imposta, ma emerge attraverso un equilibrio sottile tra volontà e rispetto della materia, in un continuo esercizio di misura.

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Anna Vitaliano - Il Battito del colore

Nel panorama dell’arte contemporanea emergono spesso percorsi creativi nati da una spinta interiore autentica, capaci di coniugare sensibilità personale e suggestioni storiche. Anna Vitaliano, protagonista di questa intervista si inserisce proprio in questa dimensione, sviluppando una ricerca pittorica che trova nella luce, nel colore e nella vibrazione emotiva i suoi elementi fondanti.Fortemente attratta dalla poetica dell’Impressionismo e in particolare dall’opera di Claude Monet, Anna rielabora queste influenze in chiave personale, trasformandole in un linguaggio espressivo spontaneo, istintivo e profondamente legato al sentire individuale. Nelle sue tele, la realtà non è mai mera riproduzione visiva, ma diventa esperienza emotiva, movimento interiore, pulsazione cromatica.La natura rappresenta il suo universo privilegiato: flora, fauna, paesaggi marini e montuosi — in particolare quelli del Cilento — costituiscono una fonte inesauribile di ispirazione e contemplazione. Attraverso la pittura, l’artista traduce la meraviglia del mondo in un racconto visivo che invita lo spettatore a riconnettersi con la dimensione più profonda e armonica dell’esistenza.

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Maria Paola Mortellaro. Tra equazione e vibrazione: l'astrazione come spazio di trasformazione

Esistono percorsi artistici che nascono da un’urgenza interiore così profonda da rendere l’arte non soltanto un linguaggio espressivo, ma una necessità vitale. Nel lavoro di Maria Paola Mortellaro questa necessità assume la forma di un dialogo costante tra razionalità e impulso emotivo, tra struttura e libertà, tra ordine e caos. La sua ricerca pittorica si colloca all’interno di una dimensione astratta in cui la materia diventa luogo di attraversamento dell’esperienza interiore, uno spazio in cui il pensiero scientifico e la tensione emotiva convivono e si trasformano reciprocamente.Mortellaro vive e lavora a Palermo e insegna matematica. Non si tratta di un dettaglio marginale, ma di un elemento che attraversa profondamente la sua poetica. La matematica, infatti, non è soltanto la disciplina dei numeri e delle formule: è anche una grammatica invisibile fatta di relazioni, equilibri, proporzioni e tensioni. Allo stesso modo, nella pittura dell’artista, ogni gesto e ogni stratificazione sembrano organizzarsi secondo una logica interna che, pur non dichiarandosi esplicitamente, struttura lo spazio della tela.Il suo percorso pittorico prende forma in maniera autodidatta nel 2019, ma affonda le radici in una sensibilità creativa presente da sempre. L’inizio coincide con un momento storico e umano particolare: il periodo della pandemia. In quel tempo sospeso e fragile, la pittura diventa per l’artista un luogo di resistenza interiore, uno spazio di elaborazione emotiva capace di trasformare tensioni e fragilità in energia creativa. Dipingere non è quindi un gesto decorativo o estetico, ma un processo di attraversamento del proprio vissuto. La tela diventa una soglia: un passaggio tra ciò che ferisce e ciò che rigenera.Il linguaggio dell’astrazione si rivela per Mortellaro il territorio più autentico in cui far emergere questa dimensione. Lontano dall’obbligo della rappresentazione figurativa, l’astratto le permette di restituire la natura fluida e instabile delle emozioni. Le sue composizioni non cercano di descrivere il mondo visibile, ma di tradurre vibrazioni interiori, stati d’animo, tensioni psichiche che difficilmente potrebbero trovare forma attraverso immagini riconoscibili. L’astrazione diventa così uno spazio di libertà ma anche una disciplina poetica, un campo in cui gesto e pensiero si incontrano continuamente.Le opere si caratterizzano per superfici stratificate e complesse, costruite attraverso l’uso combinato di materiali diversi: acrilici, gesso, paste materiche, collage e inserti provenienti persino da testi di matematica. Questa pluralità di elementi genera composizioni dinamiche in cui la materia non è mai neutra ma portatrice di memoria. Ogni strato diventa traccia di un tempo vissuto, segno di un processo che non si limita al momento della creazione ma conserva la memoria del gesto e dell’esperienza.La stratificazione visiva riflette così una stratificazione emotiva. Le opere sembrano costruirsi come territori in cui convivono tensioni opposte: ordine e disordine, equilibrio e vibrazione, controllo e abbandono. È proprio in questo spazio di contraddizione fertile che emerge la forza del lavoro dell’artista. Da un lato la formazione matematica suggerisce un senso di equilibrio e di struttura; dall’altro la dimensione emotiva rompe continuamente gli schemi, introducendo movimento, energia e imprevedibilità.Il gesto pittorico diventa quindi un atto che oscilla tra impulso e ascolto. L’inizio di ogni opera è spesso un’esplosione istintiva, un movimento quasi fisico attraverso cui l’emozione si riversa sulla tela. Ma a questo primo slancio segue un processo più lento e riflessivo: un dialogo con la superficie, con la materia e con ciò che progressivamente emerge dall’opera stessa. La tela non è mai passiva, ma si trasforma in interlocutrice, suggerendo pause, deviazioni e nuove direzioni.In questo processo assume un ruolo fondamentale anche il silenzio. Non un silenzio inteso come assenza, ma come spazio necessario di sospensione e ascolto. È nel momento in cui l’artista si allontana dalla tela, lasciando sedimentare il lavoro, che l’opera trova spesso il proprio equilibrio definitivo. Quando la composizione smette di assorbire energia e inizia a restituirla, allora il processo può dirsi compiuto.Le opere di Maria Paola Mortellaro nascono da un’esperienza profondamente personale, ma non rimangono chiuse in una dimensione autobiografica. La materia, i segni e le stratificazioni diventano infatti superfici aperte all’interpretazione dello spettatore. L’artista non ricerca una comprensione razionale dell’opera: ciò che desidera è piuttosto una risonanza emotiva, una vibrazione capace di attivare nello sguardo altrui memorie, sensazioni e pensieri.La pittura diventa così uno spazio di incontro tra sensibilità diverse. Ciò che nasce da un vissuto individuale si trasforma in un campo aperto in cui ognuno può riconoscere frammenti della propria esperienza.Se si volesse sintetizzare la poetica dell’artista in un’immagine, si potrebbe pensare a una formula in continua trasformazione: un’equazione instabile in cui due variabili — rigore e vibrazione — cercano costantemente un punto di equilibrio. È proprio in questa tensione dinamica che prende forma la ricerca di Maria Paola Mortellaro, una pittura capace di unire pensiero e istinto, materia e memoria, struttura e libertà.E forse è proprio qui che risiede la forza più autentica del suo lavoro: nel trasformare la complessità dell’esistenza in un campo visivo vivo, stratificato e pulsante, dove l’arte diventa, prima di tutto, un atto di conoscenza e di trasformazione.

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