IMPRESSIO - L'IMPRONTA COME ATTO DI ESISTENZA

Pubblicato il 19 febbraio 2026 alle ore 18:50

Ci sono percorsi artistici che nascono da una scelta, e altri che emergono come risposta a una frattura.
Nel caso di Antonio Esposito, la pittura non è stata un progetto iniziale, ma una necessità sopraggiunta quando un altro linguaggio – la musica – si è improvvisamente incrinato.
Per anni la musica ha rappresentato per lui ritmo, appartenenza, struttura interiore. Ma quando alcuni vissuti personali hanno spezzato quella continuità, il silenzio ha lasciato uno spazio difficile da abitare. È proprio in quel vuoto che qualcosa ha iniziato a muoversi: immagini, colori, tensioni visive hanno preso il posto delle note. Non si è trattato di una sostituzione, ma di una trasformazione. La creatività non si è spenta; ha cambiato forma.
La pittura diventa così un territorio di compensazione e di rielaborazione, uno spazio in cui il gesto fisico prende il posto del suono e ne conserva l’intensità emotiva. Il progetto IMPRESSIO nasce gradualmente, come un processo organico, e si fonda su un elemento radicale: l’impronta della mano. Non una firma apposta in un angolo, ma un segno centrale, corporeo, reiterato e sempre diverso.
L’impronta non è solo simbolo identitario. È affermazione di presenza. È dichiarazione contro l’idea della sparizione. In un’epoca in cui tutto scorre velocemente e tende a dissolversi, Esposito costruisce un archivio del sé attraverso la ripetizione del gesto. Ogni impronta è unica perché unico è il momento emotivo che la genera. La mano è la stessa, ma l’energia che la attraversa cambia. E con essa cambia l’opera.
L’utilizzo dell’acrilico non è casuale. La scelta di un medium rapido, immediato, facilmente manipolabile, favorisce il contatto diretto con la superficie. La pittura diventa azione, urgenza, scarico emotivo. Talvolta il rapporto con la tela è conflittuale: l’opera può essere odiata mentre nasce, perfino ferita, come accade in lavori che trattengono fisicamente l’energia del momento. Solo dopo, a distanza, l’artista riconosce in quella materia impressa una forma di liberazione.


In questo processo emerge una dimensione profondamente esistenziale. Le opere non cercano decorazione né compiacimento estetico. Interrogano. Provocano. Nascono da domande interiori che non trovano risposta teorica ma visiva. “Quanto costa l’amore?” non è solo il titolo di un’opera, ma la traduzione pittorica di una cicatrice emotiva. La tela diventa il luogo in cui il vissuto si trasforma in forma condivisibile.
Interessante è anche la scelta di numerare le opere che recano l’impronta. Un gesto che può apparire ironico o presuntuoso, ma che rivela in realtà un bisogno di continuità e di memoria. La numerazione costruisce una progressione, una traccia ordinata di un percorso in evoluzione. È il tentativo di dare struttura a ciò che nasce da tensioni interiori spesso disordinate.


La ricerca di Esposito, tuttavia, non si esaurisce nella bidimensionalità. L’idea di esplorare la scultura e di restituire una terza dimensione alla propria impronta testimonia una volontà di espansione. Allo stesso modo, il desiderio di tornare alla musica, fondendola con la pittura, suggerisce un possibile ricongiungimento tra le due matrici espressive della sua storia personale.
Alla base di tutto resta una domanda essenziale: Cosa resta di noi?


IMPRESSIO non è decorazione estetica, ma testimonianza. È il segno di un’identità che si imprime per non dissolversi. Un gesto che diventa compimento, quasi un personale “tetelestai”: qualcosa è stato fatto, è stato vissuto, è stato lasciato.
In questa intervista Antonio Esposito racconta il passaggio dal suono al colore, il rapporto con la materia, il dialogo con le proprie fragilità e la tensione costante verso una sperimentazione che non riguarda solo l’arte, ma la crescita umana stessa.

 

1) Il tuo percorso artistico nasce dalla musica e oggi passa attraverso la pittura. Cosa ti ha portato a scegliere la tela come mezzo principale in questo
momento della tua vita?

La musica è stata per me gioia e dolore nella mia vita, per via di alcuni vissuti che mi hanno lasciato rimorsi irrimediabili, spegnendo il ritmo e zittendo le note che avevo nella testa. Nel frattempo, quasi fisiologicamente, la mia creatività ha trovato un altro modo di esprimersi. In quello spazio che prima era occupato dalle note hanno cominciato ad affiorare colori e immagini. Ho sentito la necessità e l’urgenza di tirarle fuori. E quale metodo migliore, per me, se non la pittura? Non nego di voler sperimentare qualcosa di nuovo per me, come fondere musica e pittura. Parlo di dare espressione musicale alle mie opere pittoriche, così da coinvolgere ancora di più le persone che si fermano a guardarle.

2)Hai scelto l’acrilico come tecnica attuale. Cosa ti permette di esprimere che altri materiali, almeno per ora, non tidanno?

Avendo cominciato a dipingere con colori acrilici, sono rimasto fedele a essi, anche se nella mia sperimentazione iniziale ho provato acquerelli e colori a olio. Li ho percepiti più semplici e più adatti al mio tipo di lavoro e alle mie necessità. Asciugano in fretta e si puliscono  facilmente dalla mia mano sinistra quando appongo la mia impronta sulle tele. Devo ammettere, però, che vorrei dare una terza dimensione alle mie opere, sperimentando la scultura, anche se non so ancora quali materiali utilizzerei: legno, argilla o chissà cos’altro. Non voglio darmi troppi limiti, pur rimanendo fedele agli acrilici.

3) Nel tuo lavoro ritorna spesso il concetto di impronta. Quando è nata l’idea di IMPRESSIO e cosa rappresenta per te questa impronta personale?

IMPRESSIO è nato in modo graduale, come un frutto che attraversa le sue fasi. Ogni mia impronta è diversa dall’altra, anche se tecnicamente la mano è la stessa, e continuerà a cambiare esattamente come cambio io. IMPRESSIO per me rappresenta l’eredità che lascio, l’unicità del gesto e la mia rassicurazione contro la paura di sparire ed essere dimenticato. È il mio tranquillante contro i pensieri che mi tormentano.

4) Ogni opera della collezione è numerata e irripetibile. Che rapporto hai con l’idea di unicità e di tempo all’interno del tuo processo creativo?

Di tanto in tanto mi diverto a fare il presuntuoso numerando le opere su cui appongo la mia impronta. Dico a me stesso che un giorno quelle opere saranno collezionate un po’ come le figurine dei calciatori, e spero che quella numerazione possa spingere e semplificare il processo.
5) Le tue opere nascono da domande profonde come “Cosa rimane di noi?”.

Spesso osservo il mondo che mi circonda traducendolo a modo mio; altre volte osservo il mio interno, i miei stessi pensieri, facendo un passo indietro. Mi interrogo su tutto ciò che mi incuriosisce o mi spaventa, ma rimango spesso insipiente davanti alle domande che affiorano. L’unico modo che conosco è trasformare quelle domande in opere, avvicinandomi a una possibile risposta e proponendo spunti di riflessione a chi viene attratto dai miei lavori.

6) C’è un momento o un’esperienza personale che ha acceso queste riflessioni?

Sono i sentimenti ad accendere le mie riflessioni. La fine di un amore, ad esempio, ha creato una cicatrice in me e mi ha portato a riflettere fino a creare un’opera che provoca il pubblico con una domanda: “Quanto costa l’amore?”

7) Dici che dipingi prima di tutto per te stesso. Cosa ti succede interiormente mentre dipingi e cosa cambia in te quando l’opera è finita?

Dipingo prima di tutto per me stesso, per tirar via i mostri che mi accompagnano, per tenere a bada l’ansia che mi minaccia ogni giorno.
Dipingere è un modo per ascoltarmi. Spesso odio l’opera mentre la realizzo, per imprimere l’energia del momento, fino addirittura ad accoltellarla, come in “Il dilemma del riccio”. Quando l’opera è finita la lascio lì, di fronte al mio letto, per qualche giorno. La osservo e mi rendo conto che l’energia che mi stava consumando ora è impressa nella tela, e io ne sono libero. Altre volte inizio ad amare l’opera solo qualche giorno dopo averla conclusa. Adoro questa sensazione: è come
dialogare con il me di quel momento. Come se mi dicesse: “Guarda, lo hai fatto tu. Sei stato bravo.” E quella sensazione ha un valore enorme per me.
8) La tua arte invita all’introspezione. Cosa speri che una persona provi o si chieda davanti a un tuo dipinto, anche senza conoscerti?

Spero innanzitutto di riuscire a far percepire l’energia dell’opera, di incuriosire e sorprendere quando si scopre che ci sono elementi
invisibili a occhio nudo, visibili solo sotto la giusta luce o entrando in sintonia con l’opera. E, se possibile, di consolare chi vive esperienze interiori simili alle mie.
9) Ti senti ancora in una fase di ricerca e sperimentazione. Quanto è importante per te lasciarti libero di cambiare, senza definire subito un’identità precisa?

Credo che la fase di sperimentazione non passerà mai, perché è il mio modo di maturare e migliorare non solo artisticamente, ma anche come
persona. Se qualcosa cambia, è sempre per un motivo preciso e valido.
10) Guardando avanti, immagini di continuare solo con la pittura o ti piacerebbe tornare alla musica o esplorare altri linguaggi artistici?

Come dicevo prima, è plausibile che un giorno cambi il mio modo di fare arte oltre la pittura, se ciò che voglio esprimere avrà bisogno di qualcosa di più di una tela.

11) Se dovessi spiegare IMPRESSIO a qualcuno che non conosce l’arte contemporanea, come lo racconteresti con parole semplici?

IMPRESSIO nasce dalla domanda: “Cosa resta di noi?”. Non è decorazione estetica, ma testimonianza. È il segno dell’identità che rimane, fino a
diventare, per me, un TETELESTAI: il momento in cui qualcosa è compiuto e non può più essere negato.

Il percorso di Antonio Esposito si muove su un confine sottile tra vulnerabilità e affermazione. Ogni opera nasce da una tensione reale, da un conflitto che non viene nascosto ma attraversato fino a diventare forma. L’impronta che caratterizza il progetto IMPRESSIO non è solo un elemento riconoscibile, ma un gesto reiterato di esistenza: una dichiarazione silenziosa ma irrevocabile.
Nel suo racconto emerge con chiarezza come la pittura non sia per lui un semplice linguaggio artistico, bensì uno strumento di sopravvivenza emotiva, un dispositivo di ascolto e di trasformazione. Le opere trattengono ciò che lo attraversa – ansia, perdita, interrogativi – per restituirgli una distanza possibile. In questo scambio tra energia e superficie si compie il vero atto creativo.
Interessante è la consapevolezza con cui l’artista guarda al futuro: la sperimentazione non come rottura, ma come maturazione. L’eventuale approdo alla scultura o il ritorno alla musica non rappresentano deviazioni, bensì sviluppi naturali di una ricerca che si nutre di evoluzione personale.
IMPRESSIO resta il cuore pulsante di questo percorso: una traccia che interroga il tempo, la memoria e la permanenza. In un’epoca dominata dall’effimero, Esposito imprime la propria presenza con un gesto semplice e primordiale, ribadendo che ciò che viene vissuto, se trasformato in forma, può diventare testimonianza.


L’intervista rivela così un artista in cammino, consapevole delle proprie fragilità ma determinato a farne materia viva. Un percorso che non cerca definizioni definitive, ma che continua a interrogarsi, lasciando nella pittura il segno tangibile di ogni attraversamento.

 

 

Testo a cura di Maria Di Stasio
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