Ci sono artisti che cercano risposte e altri che coltivano domande.
Manuela Pini appartiene a questi ultimi: il suo lavoro nasce da una necessità profonda, quasi silenziosa, che non ha a che fare con l’affermazione, ma con l’ascolto. Un ascolto che si muove tra l’interiorità e il mondo, tra ciò che accade dentro e ciò che vibra fuori, in quella zona sottile dove la vita si manifesta nei dettagli più semplici e, proprio per questo, più autentici.
La sua pratica artistica è un atto di dialogo continuo con sé stessa e con l’intorno. Un dialogo che prende forma nel colore, nella luce, nelle ombre, nei gesti pittorici ora fluidi ora decisi. È come se ogni opera fosse il risultato di una sospensione: un momento in cui il tempo rallenta e lo sguardo si fa più attento, capace di cogliere un campo in campagna, uno scorcio urbano, un volto incrociato per strada, uno sguardo rubato a un passante inconsapevole. Presenze minime che diventano protagoniste, perché cariche di vita.
La luce, nel lavoro di Pini, non è mai neutra. È elemento fondante, motore emotivo, centro di gravità della composizione. La ricerca luminosa non è solo visiva, ma interiore: la luce intensifica il colore, ne amplifica la vibrazione, e attraverso il gioco delle ombre sottolinea il peso dei pensieri, delle percezioni, dei sentimenti. In questo equilibrio dinamico tra luce e ombra si manifesta una forma di gratitudine verso la vita stessa, un elogio della gioia e della speranza che non è mai ingenuo, ma profondamente consapevole.
Il suo percorso formativo – che attraversa ambiti diversi e apparentemente lontani – ha avuto un ruolo determinante nella costruzione di questo sguardo aperto e non dogmatico. Gli studi accademici, tra discipline umanistiche e scientifiche, hanno contribuito a forgiare una mente capace di osservare a 360 gradi, lasciando cadere pregiudizi e schemi rigidi. Estetica, critica, storia dell’arte e dell’architettura, psicologia, sociologia, pedagogia: tutto confluisce, non come citazione intellettuale, ma come struttura profonda del pensiero e del fare quotidiano.
Questo approccio si riflette anche nel modo in cui l’artista vive il processo creativo: non come applicazione di regole, ma come continua sperimentazione. Il disegno, la pittura, la ceramica diventano territori di esplorazione, in cui ogni tecnica porta con sé possibilità e limiti diversi. L’olio, duttile e profondo; l’acrilico, da rallentare per poterlo ascoltare; l’acquerello, spesso “tradito” e reinventato; la ceramica, che insegna l’attesa e la trasformazione; il segno della matita o del carboncino, apparentemente semplice ma capace di rivelare il carattere più intimo del disegno. In ogni medium, ritorna in modo quasi involontario la stessa tensione: la ricerca di un punto luce, di un fascio luminoso che irradia e guida lo sguardo.
Non si tratta, dunque, di uno stile codificato o facilmente definibile. Il linguaggio visivo di Manuela Pini è vivo, in movimento, come il suo percorso umano e artistico. È una ricerca che tende verso il Bello, inteso non come ideale astratto, ma come esperienza sensoriale e percettiva, capace di generare armonia, piacere, appagamento. Un Bello che affonda le radici nella natura e nella vita quotidiana, e che l’artista interpreta attraverso una sensibilità profondamente personale.
Per questo, di fronte a un lavoro così stratificato e intimamente coerente, non servono molte domande.
Ne basta una sola.
Una domanda che non chiede di spiegare, ma di raccontare il senso profondo di un percorso, lasciando che la voce dell’artista emerga senza filtri, nel suo tempo e nel suo ritmo.
Di seguito, la risposta di Manuela Pini.
Domanda: quale è oggi la necessità profonda che guida il tuo lavoro e in che modo questa attraversa il tuo percorso – dalla formazione all’esperienza professionale – costruendo un linguaggio visivo e riconoscibile?
Risposta: 1) è la necessità di dialogare con me stessa, nel silenzio assordante dei colori e delle forme, la gratitudine alla vita. Nasce la necessità di ascoltare i silenzi e il chiasso intorno. La bellezza dell’animo si trasforma in colori vivaci; la luce intensifica i colori e le forme, che vengono amplificati dal gioco delle ombre per sottolineare l’importanza dei pensieri. Tutto nasce dall’osservare l’intorno, che sia un campo in campagna, o uno scorcio di strada in piena città, o uno sguardo rubato ad un passante, protagonisti inconsapevoli della vita. Nasce la necessità di elogiare la vita, la gioia e la speranza.
2) tutto questo è in perenne evoluzione nel mio percorso di vita e di artista, in continua evoluzione alla ricerca del dettaglio, della Bellezza, intesa come Bellezza estetica attraverso i sensi per generare appagamento, armonia, piacere. Le percezioni, i sentimenti mi trasportano al Bello naturale, che interpreto con la mia arte.
3) probabilmente i miei studi accademici al Politecnico e alla Statale di Milano, mi hanno permesso di seguire i corsi di estetica, critica, storia della critica, storia dell’arte e dell’architettura, fisiognomica, psicologia dinamica, pedagogia, sociologia che mi hanno obbligata ad aprire la mente a 360°, lasciando da parte pregiudizi e limitazioni mentali, aprendomi al mondo. Mi piace pensare di essere in un angolino e osservare ciò che accade. E’ semplicemente meraviglioso sedersi su un muretto e vedere le persone che passano, ognuno perso nei suoi pensieri, nella sua vita, ognuno che trasmette e irradia qualcosa. Inevitabilmente i miei studi mi hanno forgiato e li ho costantemente nella vita di tutti i giorni. Ad esempio, dicono che il latino non serva, invece no: il latino ti abitua razionalizzare e ragionare sulle cose (anche se obbiettivamente non sono più in grado di tradurre un testo latino dopo tanti anni…)
4) sinceramente non sono in grado di esprimere a parole cosa è il mio linguaggio visivo, so solo che per me è fondamentale la luce e che mi viene di esaltarla con ombre. Quindi uso tanto bianco che può essere puro o mischiato con altri colori per fare sfumature. Parto con pennellate fluide, ma ad un certo punto mi piace dare pennellate forti con tanto colore; o utilizzare la spatola per sottolineare alcuni dettagli. Se disegno, adoro giocare con le varie durezze delle matite e mi piace risaltare alcuni dettagli o con carboncino o con matite da 6B in su. Mi piace fare tanti schizzi, perché così imparo sempre qualcosa. Gli acquarelli li bistratto un po', perché non seguo la tecnica insegnata dai maestri Luoni e Vignando, ma spesso mi diverto ad usarli a secco. Adoro gli impressionisti ed i Post Impressionisti fin da bambina. Anzi è proprio alle medie prima liceo che guardando le ballerine di Degas sono passata dal giocare con i colori allo studiare l’arte. In realtà, a seconda della tipologia di colore che utilizzo, si modifica l’effetto: perché gli olii sono molto duttili, gli acrilici hanno bisogno del ritardante per poter mescolare i colori e fare le sfumature, gli acqurelli gioco con le gocce d’acqua e quando è asciutto, passo a secco; gli engobbi su ceramica sono duttili, ma la colorazione iniziale non corrisponde a quella dopo la cottura. La china, i carboncini, le matite, i soft pastels sono più semplici per disegnare, ma più difficile per creare il carattere del disegno (p.s. vedi la maestria e la bravura di Cecile Batillat che secondo me è semplicemente meravigliosa con le sue opere. Credo che sia una grande maestra). In tutte le tipologie però mi rendo conto che prevale involontariamente la mia ricerca o verso un punto luce o un fascio di luce che irradia nel disegno.
La Redazione
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