Nel panorama dell'arte contemporanea esistono artisti che costruiscono la propria ricerca attraverso continue mutazioni formali e altri che, pur attraversando trasformazioni profonde, restano fedeli a un nucleo essenziale che resiste al tempo. Simona Carbone, in arte Blacksy, appartiene a questa seconda categoria.
La sua pratica artistica si sviluppa attorno a un linguaggio riconoscibile e rigoroso, fatto di segni, direzioni, tensioni visive e contrasti assoluti. Un linguaggio che non nasce come scelta estetica, ma come necessità espressiva. Nelle sue opere il bianco e il nero non rappresentano una limitazione cromatica, bensì uno spazio di riflessione in cui ogni elemento acquista peso, presenza e significato.
La cifra distintiva della sua ricerca è la freccia, simbolo che attraversa gran parte della sua produzione e che nel tempo è diventato molto più di un elemento grafico. La freccia di Blacksy non indica semplicemente un percorso. È una metafora dell'esistenza, della scelta, della possibilità di cambiare direzione e, allo stesso tempo, della responsabilità che ogni scelta comporta. È il segno di un movimento continuo tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.
Osservando il suo lavoro emerge una riflessione costante sul concetto di identità. Ogni opera appare come una mappa interiore in cui percorsi, deviazioni, ostacoli e ripartenze convivono in equilibrio. Non esiste una narrazione lineare, ma una stratificazione di esperienze che trova nel segno il proprio strumento di sintesi.
In un momento storico dominato dall'eccesso visivo e dalla ricerca dell'impatto immediato, Blacksy sceglie la sottrazione. Riduce il linguaggio all'essenziale per restituire all'osservatore uno spazio di interrogazione. Le sue opere non impongono una risposta, ma invitano a una presa di coscienza. Ci chiedono dove stiamo andando, quale direzione abbiamo scelto e quale parte di noi continuiamo a portare con noi lungo il cammino.
È proprio in questa prospettiva che assume particolare significato una riflessione emersa durante il dialogo curatoriale.
Alla domanda:
"Se il tuo percorso artistico fosse un processo di trasformazione, cosa senti di aver lasciato andare e cosa invece continua a ritornare, ostinatamente, nel tuo lavoro?"
Simona Carbone risponde:
"Ho lasciato andare il peso di dovermi giustificare.
Essere autodidatta per molto tempo l'ho vissuto come qualcosa da spiegare, da ammorbidire davanti a chi guardava il mio lavoro con gli occhi di chi non appartiene a questo mondo, convinto che l'arte sia colore e arredamento. A un certo punto ho smesso. Non perché abbia trovato le parole giuste, ma perché ho capito che non erano necessarie.
Quello che continua a tornare, ostinatamente, è tutto il mio linguaggio. La freccia. Il bianco e nero. I segni. Non li ho scelti una volta per tutte, continuano a scegliermi loro. È come se il mio messaggio avesse una sua volontà, un marchio che non si cancella qualunque cosa io esplori. Posso cambiare formato, scala, supporto, ma quello resta. Sempre.
C'è una cosa che faccio una volta l'anno: un quadro a colori. Non perché il colore mi sia estraneo, so comunicare anche attraverso di lui. Ma ogni volta è una fatica, una resistenza che sento nel corpo prima ancora che nella testa. Lo faccio per mettermi alla prova, per non irrigidirmi. E per dare al collezionista qualcosa di davvero esclusivo, un'eccezione nel mio percorso. Ma quando finisco, so sempre dove casa mia è. Nel bianco e nero. Sempre lì."
In queste parole si trova probabilmente la chiave più autentica per comprendere l'intera ricerca di Blacksy. La trasformazione, nel suo caso, non coincide con l'abbandono della propria identità, ma con il progressivo riconoscimento di ciò che continua a ritornare. La freccia, il segno, il bianco e nero non sono elementi ricorrenti perché ripetuti, ma perché necessari. Sono la forma visibile di una voce che negli anni si è fatta sempre più consapevole.
E forse è proprio questa la maturità artistica: non inseguire continuamente nuovi linguaggi, ma avere il coraggio di ascoltare quello che, ostinatamente, continua a chiamarci.
© Maria Di Stasio, 2026
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