Cécile Batillat – Sortie des Ondes

Pubblicato il 16 settembre 2026 alle ore 09:35

Cécile Batillat – Sortie des Ondes
La metamorfosi come attraversamento dell’essere


Esiste, nella figura della sirena, una tensione originaria: appartiene all’acqua ma desidera ciò che si trova oltre di essa, possiede una natura definita e allo stesso tempo aspira a superarla. È una creatura della soglia, sospesa tra mondi differenti, e proprio questa condizione di passaggio diventa il punto di partenza della ricerca che Cécile Batillat sviluppa nella serie Sortie des Ondes.
Realizzato nel 2024, il ciclo si compone di sei opere – Ciel, ton doux appel, Dans l’écume d’or, Chrysalide humaine, Quête de lumière, L’envol de l’akène e Larmes de sirènes – che possono essere osservate singolarmente, ma che nella loro successione costruiscono una narrazione più ampia. Non si tratta semplicemente di sei immagini legate da una medesima suggestione: ciascuna sembra corrispondere a uno stato, a un momento di una trasformazione che procede dall’acqua verso una dimensione progressivamente più impalpabile.
Il riferimento alla sirena di Hans Christian Andersen è fondamentale per comprendere questo percorso. Batillat non si concentra sull’aspetto sentimentale della fiaba, né sulla rappresentazione tradizionale della creatura marina, ma sulla tensione che attraversa la protagonista: il desiderio di oltrepassare la propria condizione, prima acquatica e poi umana, fino all’aspirazione a una forma di esistenza ulteriore. Il mito viene così liberato dalla sua iconografia più riconoscibile per diventare riflessione sull’identità, sulla trasformazione e sulla possibilità di trascendere il limite.
È significativo, infatti, che la sirena quasi scompaia come figura esplicita. Batillat non ha bisogno di mostrarne continuamente il corpo ibrido. Ne conserva piuttosto l’essenza: l’appartenenza simultanea a più dimensioni, l’impossibilità di rimanere identica a se stessa, il desiderio dell’altrove. La sirena smette allora di essere soltanto personaggio e diventa una condizione dell’essere.
Nelle sei opere il corpo femminile appare continuamente attraversato da altre presenze. Volti, corpi, elementi naturali, animali e frammenti sembrano sovrapporsi senza stabilire gerarchie precise. Una figura può emergere da un’altra, dissolversi al suo interno o trasformarsi nella forma successiva. Non esiste quasi mai una separazione netta tra ciò che appartiene all’essere umano e ciò che proviene dalla natura. Il corpo diventa territorio di passaggio.
È proprio questa instabilità a rendere particolarmente intensa la serie. La metamorfosi non viene raccontata attraverso la contrapposizione tra un “prima” e un “dopo”, ma viene fermata nell’istante stesso in cui accade. L’identità, nella ricerca di Batillat, non sembra essere una forma stabile che successivamente subisce una trasformazione: è già, nella propria origine, qualcosa di mobile, permeabile, incompleto.
Anche il linguaggio visivo contribuisce profondamente a questa percezione. Il segno alterna zone di maggiore definizione ad altre che sembrano dissolversi. L’inchiostro costruisce e contemporaneamente sottrae. Alcune figure acquistano consistenza, altre sembrano appena affiorare dalla superficie, come immagini provenienti da una memoria che non riesce – o non vuole – manifestarsi completamente.
Il grande spazio chiaro che circonda i soggetti assume allora un ruolo essenziale. Non è uno sfondo vuoto, né una semplice assenza di rappresentazione. È uno spazio di possibilità. È il luogo nel quale l’immagine può continuare idealmente a trasformarsi. Il bianco permette al segno di respirare e impedisce alla composizione di chiudersi definitivamente. Ciò che non viene rappresentato acquista quasi la stessa importanza di ciò che è visibile.
Questa relazione tra presenza e assenza restituisce alle opere una particolare qualità temporale. Guardandole si ha l’impressione di trovarsi davanti a immagini fermate per un istante, immediatamente prima che qualcosa cambi ancora. I capelli, i corpi, l’acqua, le forme naturali suggeriscono movimento, mentre la superficie trattiene quell’azione e la trasforma in sospensione. Il movimento viene congelato senza essere annullato.
Anche i testi e gli haiku inseriti all’interno delle composizioni partecipano a questo processo. Non spiegano ciò che vediamo e non svolgono una funzione didascalica. Introducono piuttosto un’altra possibilità di lettura. La parola interrompe l’immagine, ne modifica il ritmo, apre uno spazio mentale ulteriore. Come l’haiku concentra in pochi versi una percezione o un istante, così Batillat sembra condensare nella superficie un frammento di trasformazione. Parola e immagine condividono quindi una medesima tensione verso l’essenziale.
Persino i titoli delle sei opere sembrano comporre una sorta di lessico della metamorfosi: cielo, schiuma, crisalide, luce, volo, lacrime.
Sono immagini appartenenti a stati differenti della materia e dell’esistenza e, lette in successione, suggeriscono un movimento ascensionale e insieme interiore. Dall’elemento acquatico si procede verso la trasformazione, dalla trasformazione verso la ricerca della luce, dalla luce verso il volo. Ma il percorso non conduce a una conclusione definitiva. Le Larmes de sirènes riportano ancora una volta all’acqua, quasi a suggerire che ogni trasformazione contenga la memoria della propria origine.
Particolarmente emblematica è Chrysalide humaine. La crisalide rappresenta per sua natura una condizione temporanea: contiene qualcosa che non coincide più completamente con ciò che era, ma che non possiede ancora la forma che avrà. È uno spazio intermedio, fragile e necessario. In questa immagine sembra concentrarsi uno dei nuclei concettuali più profondi dell’intera serie: essere significa anche attraversare continuamente forme provvisorie di noi stessi.
Ma ogni metamorfosi comporta inevitabilmente una perdita. Per diventare altro occorre abbandonare almeno una parte della condizione precedente. È qui che Sortie des Ondes supera il riferimento alla fiaba e raggiunge una dimensione universale. La trasformazione non viene presentata soltanto come possibilità o liberazione, ma come processo complesso nel quale nascita e separazione convivono. Cambiare significa acquisire qualcosa, ma significa anche lasciare qualcosa dietro di sé.
Il titolo stesso della serie, Sortie des Ondes, suggerisce un’uscita dalle onde, un movimento verso l’esterno. Eppure quell’uscita non coincide semplicemente con l’approdo sulla terra. Uscire dall’acqua significa progressivamente abbandonare una condizione dell’esistenza. L’acqua diventa origine, memoria, matrice: qualcosa da cui ci si allontana senza riuscire mai realmente a separarsene.
È in questo senso che la presenza della serie all’interno di Sirenuse assume un valore particolarmente significativo. Batillat affronta il mito senza trasformarlo in citazione. La sirena non viene ridotta alla sua immagine fantastica, alla seduzione o alla sua natura ibrida, ma viene recuperata come archetipo della trasformazione. Ciò che interessa non è tanto ciò che la sirena è, quanto ciò che desidera diventare.
Le sei opere possono allora essere considerate come differenti manifestazioni di una medesima tensione. La bambina, la donna, la creatura marina, la crisalide, il corpo e l’aspirazione all’anima non devono necessariamente essere letti come soggetti separati: possono appartenere a un unico processo.
Osservate insieme, le immagini acquistano così un ritmo simile a quello dell’onda. Una forma nasce, cresce, raggiunge il proprio limite e infine si dissolve, lasciando spazio alla successiva. La scomparsa non rappresenta necessariamente una fine, ma la condizione affinché qualcosa possa ricominciare.
Ed è forse proprio qui che si trova la forza più profonda di Sortie des Ondes. Cécile Batillat parte da una figura appartenente al mito e alla memoria collettiva per interrogare una condizione profondamente umana: il desiderio di oltrepassare i propri confini, la necessità di trasformarsi e l’incertezza che accompagna ogni passaggio.
La sirena diventa così metafora di un’identità che non può essere definita una volta per tutte.
Nelle opere di Batillat siamo continuamente davanti a qualcosa che sta per essere.
Non completamente nell’acqua, non ancora nel cielo.
Esattamente sulla soglia.


Cécile Batillat – Sortie des Ondes
La métamorphose comme traversée de l’être


Il existe, dans la figure de la sirène, une tension originelle : elle appartient à l’eau mais désire ce qui se trouve au-delà d’elle ; elle possède une nature définie et, en même temps, aspire à la dépasser. Créature du seuil, suspendue entre différents mondes, elle incarne précisément cette condition de passage qui devient le point de départ de la recherche développée par Cécile Batillat dans la série Sortie des Ondes.
Réalisé en 2024, le cycle se compose de six œuvres – Ciel, ton doux appel, Dans l’écume d’or, Chrysalide humaine, Quête de lumière, L’envol de l’akène et Larmes de sirènes – qui peuvent être observées individuellement mais qui, dans leur succession, construisent une narration plus vaste. Il ne s’agit pas simplement de six images liées par une même suggestion : chacune semble correspondre à un état, à un moment d’une transformation qui conduit de l’eau vers une dimension progressivement plus impalpable.
La référence à la petite sirène de Hans Christian Andersen est fondamentale pour comprendre ce parcours. Batillat ne s’attarde ni sur la dimension sentimentale du conte ni sur la représentation traditionnelle de la créature marine, mais sur la tension qui traverse sa protagoniste : le désir de dépasser sa propre condition, d’abord aquatique puis humaine, jusqu’à l’aspiration à une forme d’existence ultérieure. Le mythe se libère ainsi de son iconographie la plus reconnaissable pour devenir une réflexion sur l’identité, la transformation et la possibilité de transcender la limite.
Il est significatif, en effet, que la sirène disparaisse presque en tant que figure explicite. Batillat n’a pas besoin d’en montrer continuellement le corps hybride. Elle en préserve plutôt l’essence : l’appartenance simultanée à plusieurs dimensions, l’impossibilité de rester identique à soi-même, le désir d’un ailleurs. La sirène cesse alors d’être uniquement un personnage pour devenir une condition de l’être.
Dans les six œuvres, le corps féminin apparaît sans cesse traversé par d’autres présences. Visages, corps, éléments naturels, animaux et fragments semblent se superposer sans établir de hiérarchies précises. Une figure peut émerger d’une autre, se dissoudre en elle ou se transformer dans la forme suivante. Il n’existe presque jamais de séparation nette entre ce qui appartient à l’être humain et ce qui provient de la nature. Le corps devient un territoire de passage.
C’est précisément cette instabilité qui confère à la série son intensité particulière. La métamorphose n’est pas racontée à travers l’opposition entre un « avant » et un « après », mais saisie dans l’instant même où elle advient. Dans la recherche de Batillat, l’identité ne semble pas être une forme stable qui subirait ensuite une transformation : elle est déjà, dès son origine, quelque chose de mobile, de perméable, d’inachevé.
Le langage visuel contribue lui aussi profondément à cette perception. Le trait alterne des zones de plus grande définition avec d’autres qui semblent se dissoudre. L’encre construit et, simultanément, soustrait. Certaines figures acquièrent de la consistance, tandis que d’autres semblent à peine affleurer à la surface, comme des images provenant d’une mémoire qui ne parvient pas – ou ne souhaite pas – se manifester entièrement.
Le vaste espace clair qui entoure les sujets assume alors un rôle essentiel. Il ne constitue ni un fond vide ni une simple absence de représentation. Il est un espace de possibilité. Le lieu dans lequel l’image peut, idéalement, poursuivre sa transformation. Le blanc permet au trait de respirer et empêche la composition de se refermer définitivement. Ce qui n’est pas représenté acquiert presque autant d’importance que ce qui est visible.
Cette relation entre présence et absence confère aux œuvres une temporalité particulière. En les regardant, on a l’impression de se trouver devant des images suspendues pendant un instant, immédiatement avant que quelque chose ne change encore. Les cheveux, les corps, l’eau et les formes naturelles suggèrent le mouvement, tandis que la surface retient cette action et la transforme en suspension. Le mouvement est figé sans être annulé.
Les textes et les haïkus intégrés aux compositions participent eux aussi à ce processus. Ils n’expliquent pas ce que nous voyons et ne remplissent aucune fonction didactique. Ils introduisent plutôt une autre possibilité de lecture. Le mot interrompt l’image, en modifie le rythme et ouvre un espace mental supplémentaire. De même que le haïku concentre en quelques vers une perception ou un instant, Batillat semble condenser à la surface un fragment de transformation. Le mot et l’image partagent ainsi une même tension vers l’essentiel.
Les titres mêmes des six œuvres semblent composer une sorte de lexique de la métamorphose : ciel, écume, chrysalide, lumière, envol, larmes.
Ce sont des images appartenant à différents états de la matière et de l’existence et qui, lues dans leur succession, suggèrent un mouvement à la fois ascensionnel et intérieur. De l’élément aquatique, on avance vers la transformation ; de la transformation vers la quête de lumière ; de la lumière vers l’envol. Pourtant, ce parcours ne conduit pas à une conclusion définitive. Larmes de sirènes nous ramène une nouvelle fois à l’eau, comme pour suggérer que toute transformation porte en elle la mémoire de son origine.
Chrysalide humaine est particulièrement emblématique. Par nature, la chrysalide représente une condition temporaire : elle contient quelque chose qui ne coïncide déjà plus entièrement avec ce qui était, mais qui ne possède pas encore la forme qu’il aura. Elle est un espace intermédiaire, fragile et nécessaire. Cette image semble concentrer l’un des noyaux conceptuels les plus profonds de toute la série : être signifie aussi traverser continuellement des formes provisoires de nous-mêmes.
Mais toute métamorphose implique inévitablement une perte. Pour devenir autre, il faut abandonner au moins une partie de sa condition précédente. C’est ici que Sortie des Ondes dépasse la référence au conte pour atteindre une dimension universelle. La transformation n’est pas présentée uniquement comme une possibilité ou une libération, mais comme un processus complexe dans lequel naissance et séparation coexistent. Changer signifie acquérir quelque chose, mais signifie également laisser quelque chose derrière soi.
Le titre même de la série, Sortie des Ondes, suggère une sortie des eaux, un mouvement vers l’extérieur. Pourtant, cette sortie ne coïncide pas simplement avec l’arrivée sur la terre ferme. Sortir de l’eau signifie abandonner progressivement une condition de l’existence. L’eau devient origine, mémoire, matrice : quelque chose dont on s’éloigne sans jamais parvenir véritablement à s’en séparer.
C’est en ce sens que la présence de cette série au sein de Sirenuse acquiert une signification particulière. Batillat aborde le mythe sans le transformer en citation. La sirène n’est pas réduite à son image fantastique, à la séduction ou à sa nature hybride ; elle est retrouvée en tant qu’archétype de la transformation. Ce qui importe n’est pas tant ce que la sirène est que ce qu’elle désire devenir.
Les six œuvres peuvent alors être considérées comme différentes manifestations d’une même tension. La jeune fille, la femme, la créature marine, la chrysalide, le corps et l’aspiration de l’âme ne doivent pas nécessairement être lus comme des sujets séparés : ils peuvent appartenir à un seul et même processus.
Observées ensemble, les images acquièrent ainsi un rythme semblable à celui de la vague. Une forme naît, grandit, atteint sa limite et finit par se dissoudre, laissant place à la suivante. La disparition ne représente pas nécessairement une fin, mais la condition permettant à quelque chose de recommencer.
C’est peut-être précisément là que réside la force la plus profonde de Sortie des Ondes. Cécile Batillat part d’une figure appartenant au mythe et à la mémoire collective pour interroger une condition profondément humaine : le désir de dépasser ses propres frontières, la nécessité de se transformer et l’incertitude qui accompagne chaque passage.
La sirène devient ainsi la métaphore d’une identité qui ne peut être définie une fois pour toutes.
Dans les œuvres de Batillat, nous sommes continuellement face à quelque chose qui est en train de devenir.
Ni tout à fait dans l’eau, ni encore dans le ciel.
Exactement sur le seuil.

A cura di Maria Di Stasio

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