Luca Berno. Il Luberliomismo tra evoluzione, coscienza e nuove geometrie dell'esistenza

Pubblicato il 29 ottobre 2026 alle ore 11:05

Evolution

Naturale artefizio

Hemispheres


Esistono linguaggi artistici che nascono dall'esigenza di rappresentare il mondo ed esistono ricerche che, al contrario, prendono forma dalla necessità di interrogarlo. È in questa seconda dimensione che si colloca il percorso di Luca Berno, artista la cui sperimentazione scultorea sembra sottrarsi a qualsiasi interpretazione immediata, ponendo al centro della propria indagine il rapporto tra materia, conoscenza, evoluzione e condizione umana. Le sue opere non si limitano a occupare uno spazio fisico, ma costruiscono sistemi di relazioni nei quali ogni elemento, dalla scelta dei materiali alla disposizione delle forme, partecipa alla formulazione di un pensiero più ampio. Il Luberliomismo, espressione della sua identità artistica, può essere osservato come un territorio di ricerca nel quale la dimensione scientifica incontra quella filosofica, l'organico dialoga con l'artificiale e l'immaginazione diventa uno strumento attraverso cui esplorare ciò che ancora sfugge alla comprensione.

Nelle sue più recenti creazioni, Evolution, Naturale artefizio e Hemispheres, Berno sembra sviluppare tre differenti prospettive di una medesima riflessione: da dove proveniamo, quali strutture governano la nostra esistenza e attraverso quali meccanismi interpretiamo il mondo? Sono interrogativi che attraversano la storia del pensiero umano e che l'artista traduce in un linguaggio tridimensionale, costruito attraverso spirali, connessioni, strutture metalliche, elementi cellulari e riferimenti simbolici. La scultura diventa così un luogo di convergenza tra conoscenze differenti, ma soprattutto uno spazio nel quale l'osservatore è invitato a superare la semplice contemplazione estetica per partecipare attivamente alla costruzione del significato.

In Evolution, la riflessione assume una dimensione temporale e cosmica. L'opera si presenta come un complesso organismo plastico nel quale il passato dell'umanità incontra le prospettive più avanzate della tecnologia e le domande ancora irrisolte sull'origine della vita. Al centro della costruzione concettuale si colloca un computer quantistico, rappresentato attraverso una struttura circolare composta da otto blocchi, dalla quale si sviluppano trentadue connessioni dirette verso una mano sinistra, simbolicamente associata al cuore e alla Madre Terra. Questa relazione introduce una tensione particolarmente significativa: la tecnologia, nata come estensione delle capacità umane, potrebbe trasformarsi in una forza capace di condizionare e governare ciò che l'ha generata. L'artista sembra interrogare il confine tra progresso e controllo, tra possibilità di emancipazione e rischio di dipendenza, collocando l'evoluzione informatica all'interno di una riflessione che riguarda direttamente il destino dell'umanità.

La mano che sostiene la storia del pianeta accoglie sul proprio palmo un elemento inatteso: un disco volante. La sua presenza non rappresenta necessariamente l'affermazione di un'origine extraterrestre, ma introduce il dubbio, l'ipotesi, la possibilità che le nostre conoscenze siano soltanto una parte di una realtà molto più estesa. È un interrogativo che Berno affida alla libertà interpretativa dell'osservatore, senza imporre una risposta. Anche il pendolo, collocato in relazione al disco volante, assume una pluralità di significati: misura del tempo, oscillazione emotiva, movimento terrestre ed equilibrio tra materia e spirito. Attraverso questi elementi, l'opera sembra suggerire che l'evoluzione non possa essere interpretata esclusivamente come progresso tecnico, ma debba essere considerata nella complessità delle sue implicazioni esistenziali.

La grande spirale conica costituisce uno degli elementi più eloquenti di questa costruzione. Il suo sviluppo prende avvio da una piccola sfera blu, riferimento all'acqua e al brodo primordiale, per giungere a cinque sfere differenti che richiamano Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno. L'acqua, evocata anche dalla colorazione blu che accompagna la spirale, diventa il principio vitale che attraversa idealmente il racconto evolutivo. Su questa struttura si adagia una tela che custodisce una vera e propria narrazione della conoscenza umana: dalle pitture rupestri alle antiche scritture sumere, dai geroglifici egizi alle testimonianze linguistiche delle civiltà del passato, fino alle formulazioni della fisica contemporanea. L'equazione di Schrödinger introduce il linguaggio della meccanica quantistica, mentre quella di Drake proietta la riflessione verso la possibilità di civiltà extraterrestri comunicanti. La data del 7 ottobre 2026, espressa attraverso il codice binario, colloca simbolicamente il presente all'interno di questa lunga traiettoria.

Ciò che rende particolarmente interessante Evolution non è soltanto la quantità di riferimenti culturali e scientifici, ma la loro convivenza all'interno di una struttura che sembra rifiutare l'idea di una conoscenza definitiva. Dalle prime rappresentazioni dell'esperienza umana alle più complesse elaborazioni matematiche, ogni conquista apre nuovi interrogativi. Berno costruisce una narrazione nella quale l'uomo appare contemporaneamente artefice del proprio progresso e soggetto esposto alle conseguenze delle sue invenzioni. La spirale non conduce a una conclusione rassicurante, ma verso un orizzonte ancora sconosciuto.

Questo rapporto tra creazione, evoluzione e controllo trova un'ulteriore declinazione in Naturale artefizio, opera nella quale la distinzione tra ciò che appartiene alla natura e ciò che deriva dall'intervento umano diventa volutamente instabile. La costruzione scultorea presenta quindici elementi quadriformi, ciascuno dotato di sedici arti, aggrappati a una struttura tubolare curvilinea dall'andamento organico e sinusoidale. I corpi policromi evocano il mondo biologico e cellulare, mentre le articolazioni introducono una dimensione artificiale, quasi meccanica. Ne deriva un insieme di presenze ibride, difficilmente riconducibili a un'identità precisa, che sembrano appartenere a una forma di vita possibile, immaginata in un territorio intermedio tra organismo e dispositivo.

L'aspetto più significativo di questa composizione emerge tuttavia dall'organizzazione dei suoi elementi. Una delle quindici figure si distingue cromaticamente dalle altre, suggerendo la presenza di un'autorità, di una guida o di un principio gerarchico. Potrebbe trattarsi di un capo, di un maestro, di un guardiano o, secondo una lettura biologica, di un'ape regina. La struttura che accoglie queste presenze può assumere il significato di un nido, di una società, di un'istituzione o di una nazione. Berno costruisce così una metafora dei sistemi collettivi, nella quale l'appartenenza a un organismo comune pone inevitabilmente la questione del rapporto tra individuo e autorità.

La presenza delle sfere bianche, nere e argentate introduce un ulteriore livello simbolico. Il bianco e il nero richiamano lo Yang e lo Yin, mentre l'argento viene associato alla purezza o alla neutralità. Sette elementi presentano sfere bianche, sette sfere nere e uno, il quindicesimo, sfere argentate. La distribuzione suggerisce una ricerca di equilibrio tra polarità differenti, senza necessariamente risolverne il conflitto. All'esterno della struttura principale compaiono inoltre otto elementi, quattro per lato, caratterizzati da una conformazione diversa e da un numero inferiore di arti. La loro posizione separata e la loro differente struttura aprono interrogativi sulla natura del potere, sull'esistenza di livelli gerarchici e sulla possibilità di sottrarsi ai sistemi organizzati.

È proprio in questa molteplicità interpretativa che Naturale artefizio manifesta una particolare forza concettuale. Le figure potrebbero evocare organismi cellulari, comunità biologiche, strutture sociali o forme di controllo collettivo. Potrebbero suggerire l'esistenza di autorità superiori oppure rappresentare individui capaci di emanciparsi dal sistema al quale appartenevano. L'artista non impone una lettura univoca, ma costruisce un dispositivo simbolico che costringe l'osservatore a interrogare le proprie convinzioni. La scultura diventa così una riflessione sulla società contemporanea, sulle sue organizzazioni visibili e invisibili e sul rapporto tra libertà individuale e appartenenza collettiva.

Se Evolution attraversa la storia della conoscenza e Naturale artefizio interroga i sistemi che regolano l'esistenza, Hemispheres sembra rivolgere lo sguardo verso il luogo nel quale ogni esperienza viene elaborata: la mente umana. In quest'opera Berno sceglie una rappresentazione più esplicitamente riconoscibile, costruendo una struttura che richiama l'encefalo e la relazione tra i suoi due emisferi. Da una sfera centrale si sviluppano raggi e connessioni che sostengono elementi associati a differenti funzioni del pensiero. Sul lato destro l'artista colloca simbolicamente creatività, intuizione, immaginazione, colore e musica; su quello sinistro logica, sintassi, numeri e parole. Si tratta di una distinzione simbolica, non di una rigida suddivisione neuroscientifica delle capacità cerebrali, attraverso la quale l'artista rende visibile la pluralità dei processi mentali.

La presenza di una piccola sfera sfaccettata in vetro verde, identificata con la ghiandola pineale, introduce un ulteriore elemento di interesse. Collocata all'interno di una rete di relazioni, essa contribuisce a evocare il rapporto tra struttura biologica e dimensione interiore. Le connessioni principali e secondarie che circondano la composizione suggeriscono un sistema dinamico, nel quale ogni funzione partecipa a un'organizzazione più complessa. Anche in questo caso, la materia viene utilizzata per rendere percepibile qualcosa che normalmente sfugge alla visione diretta.

In Hemispheres, la mente non appare come un'entità astratta e separata dal corpo, ma come un sistema articolato di relazioni. La creatività non si oppone necessariamente alla razionalità, così come l'intuizione non esclude la logica. Al contrario, la loro convivenza suggerisce che la ricchezza dell'esperienza umana nasca proprio dall'interazione tra modalità differenti di elaborazione della realtà. La scultura sembra quindi offrire una possibile chiave di lettura dell'intera ricerca di Berno: l'arte stessa può essere considerata il risultato di un incontro tra progettazione e immaginazione, disciplina costruttiva e libertà intuitiva.

È in questa convergenza che il Luberliomismo acquista, sul piano critico, una particolare rilevanza. Le opere di Berno non sembrano nascere dalla volontà di separare il sapere scientifico dall'esperienza artistica, ma dalla necessità di farli dialogare attraverso un linguaggio personale. L'utilizzo di alluminio, rame, legno, vetro, resine, superfici pittoriche e materiali differenti testimonia una sperimentazione nella quale la tecnica costruttiva non rappresenta un elemento secondario, ma partecipa direttamente alla definizione del significato. Ogni materiale conserva le proprie caratteristiche fisiche e, contemporaneamente, viene coinvolto in una trasformazione simbolica.

La spirale, il cerchio, la sfera e la connessione costituiscono elementi ricorrenti di questa grammatica plastica. Sono forme che appartengono tanto alla geometria quanto all'osservazione dei fenomeni naturali e che, attraverso l'intervento dell'artista, diventano strumenti per interrogare l'esistenza. La loro ripetizione non determina una semplice riconoscibilità stilistica, ma suggerisce la costruzione progressiva di un sistema espressivo nel quale le singole opere possono essere considerate parti di una ricerca più ampia.

Il Luberliomismo può dunque essere interpretato come una poetica dell'interconnessione, nella quale nessun fenomeno viene osservato come completamente isolato. L'evoluzione tecnologica modifica la condizione umana, le strutture sociali influenzano i comportamenti individuali e i processi mentali determinano le modalità attraverso cui attribuiamo significato al mondo. Le tre opere sembrano sviluppare questi rapporti attraverso prospettive differenti, ma riconducibili a una medesima esigenza conoscitiva.

Un altro elemento merita particolare attenzione: il ruolo affidato all'osservatore. Berno non costruisce sculture destinate esclusivamente a essere ammirate, ma strutture che richiedono partecipazione intellettuale. Soprattutto in Naturale artefizio, il significato non è completamente determinato dall'intenzione dell'artista, ma si sviluppa attraverso l'incontro tra l'opera e l'esperienza di chi la osserva. Il fruitore è chiamato a riconoscere analogie, formulare ipotesi e costruire collegamenti. In questo modo, la scultura supera la propria dimensione oggettuale per diventare un luogo di elaborazione del pensiero.

Ciò che emerge dalla ricerca di Luca Berno è, in definitiva, una concezione dell'arte come possibilità di esplorazione. Le sue opere non pretendono di dimostrare teorie scientifiche o di fornire risposte definitive ai grandi interrogativi dell'esistenza. Al contrario, utilizzano riferimenti scientifici, filosofici e simbolici per ampliare il campo dell'immaginazione, restituendo alla materia la capacità di suggerire realtà ulteriori.

In un'epoca nella quale la tecnologia sembra accelerare continuamente i processi di trasformazione e la conoscenza tende a specializzarsi in ambiti sempre più distinti, il lavoro di Berno invita a recuperare una visione capace di attraversare discipline differenti. La sua scultura diventa un punto d'incontro tra il rigore della costruzione e la libertà dell'interpretazione, tra il desiderio di comprendere e la consapevolezza che ogni conoscenza conserva inevitabilmente una zona d'ombra.

Evolution, Naturale artefizio e Hemispheres non rappresentano soltanto tre differenti esiti formali, ma tre possibilità di interrogare la condizione umana: la nostra storia, le strutture che organizziamo e la mente attraverso cui tentiamo di comprenderle. Il Luberliomismo trova in questo dialogo una possibile espressione della propria identità, trasformando l'opera d'arte in uno spazio nel quale materia e pensiero si incontrano senza annullare le rispettive differenze.

Forse il valore più profondo di questa ricerca risiede proprio nella sua capacità di mantenere aperto l'interrogativo. Perché l'evoluzione non riguarda soltanto ciò che siamo diventati, ma anche ciò che potremmo ancora essere; la natura non coincide esclusivamente con ciò che esiste indipendentemente da noi e la coscienza non può essere ridotta alla somma dei suoi singoli processi.

Attraverso la scultura, Luca Berno sembra ricordarci che conoscere non significa necessariamente possedere una risposta, ma conservare la capacità di formulare nuove domande. Ed è in questa tensione, tra ciò che sappiamo e ciò che continuiamo a immaginare, che l'arte ritrova una delle sue funzioni più autentiche.

 

Maria Di Stasio

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