Nel percorso artistico di Tommaso Marcello, la scultura si configura come un gesto necessario, un atto che nasce prima ancora dell’intenzione estetica, come risposta a un’urgenza interiore. La materia non è mai neutra: è presenza viva, resistente, capace di accogliere e al tempo stesso mettere alla prova il pensiero. In questo dialogo serrato tra artista e materiale si costruisce una ricerca che affonda le radici nell’esperienza personale per aprirsi progressivamente a una dimensione universale.
Per lungo tempo, l’arte ha rappresentato per Marcello uno spazio intimo, quasi un rifugio, in cui dare forma a ciò che non trovava espressione nel linguaggio verbale. Un luogo di sedimentazione emotiva, dove i conflitti interiori potevano emergere senza mediazioni. È proprio da questa dimensione privata che nasce, però, l’esigenza di condivisione: la consapevolezza che quelle tensioni non appartengono a un singolo, ma attraversano l’esperienza umana nella sua interezza. L’opera diventa così un punto di contatto, uno specchio in cui lo spettatore può riconoscersi.
Elemento centrale della sua pratica è il rapporto con la pietra silicea, materiale che impone un confronto diretto, fisico, quasi primordiale. L’intaglio e la levigatura non sono solo tecniche, ma fasi di un processo che alterna forza e pazienza, decisione e ascolto. La forma non viene semplicemente imposta, ma emerge attraverso un equilibrio sottile tra volontà e rispetto della materia, in un continuo esercizio di misura.
All’interno delle sue sculture, il dialogo tra pieni e vuoti, tra luce e ombra, assume una valenza che supera l’aspetto formale per farsi metafora esistenziale. Il vuoto non è assenza, ma spazio attivo, respiro necessario che permette alla forma di esistere e di essere percepita. Allo stesso modo, luce e ombra non si contrappongono, ma si definiscono reciprocamente, restituendo la complessità dell’esperienza umana.
In questo orizzonte si colloca Cuore~Mente, opera che incarna in modo emblematico il nucleo della sua ricerca. Qui, il conflitto tra razionalità e sentimento si traduce in forma, diventando tensione visibile, equilibrio instabile, movimento continuo. Non una risposta, ma una domanda aperta, che invita lo spettatore a interrogarsi. L'opera in particolare sarà esposta a Roma, in occasione della Mostra Internazionale Risonanze, in occasione del Roma Art Festival, organizzata dall'Associazione Athenae Artis, dal 12 al 30 maggio 2026.
"Cuore~Mente"
L’intervista che segue accompagna il lettore all’interno di questo processo, offrendo uno sguardo diretto sul pensiero dell’artista e sul modo in cui disciplina, esperienza e ricerca interiore si intrecciano, dando origine a una pratica scultorea intensa e profondamente consapevole.
1- La tua pratica artistica nasce da una dimensione inizialmente intima: quando hai sentito l’esigenza di trasformarla in un linguaggio condiviso?
"La mia pratica artistica è nata effettivamente come un rifugio, un modo per dare forma a stati d'animo che faticavo a esprimere a parole. L'esigenza di condividerla è arrivata quando mi sono reso conto che i miei nodi interiori non erano solo 'miei'. Ho capito che l'arte non deve solo decorare, ma deve risuonare. Mostrare le proprie opere significa esporsi, ma ho sentito che quel linguaggio intimo poteva diventare uno specchio per gli altri, un terreno comune di empatia."
2- Nelle tue opere emergono superfici segnate dal tempo e un dialogo costante tra luce e ombra: cosa rappresentano per te questi elementi?
"Le superfici segnate dal tempo rappresentano la memoria e la resilienza: raccontano una storia, proprio come le rughe su un volto. Per me, la materia non deve essere perfetta, ma viva. Il dialogo tra luce e ombra è invece la rappresentazione plastica della nostra complessità. Non esiste l'una senza l'altra; l'ombra dà profondità alla luce e la luce rivela ciò che l'ombra nasconde. È l'eterna danza tra i nostri opposti interiori."
3- Il tuo lavoro di Sottoufficiale dell’Esercito implica disciplina e struttura: in che modo questa dimensione influenza (o contrasta) il tuo processo creativo?
"A prima vista potrebbero sembrare due mondi opposti, ma in realtà si alimentano a vicenda. La disciplina, il rigore e la struttura che sperimento come Sottufficiale dell'Esercito mi forniscono il metodo e la costanza necessari per affrontare progetti artistici complessi. L'arte, d'altro canto, è il mio spazio di libertà assoluta e di decompressione. Non c'è contrasto, ma compensazione: la struttura militare sostiene la libertà creativa, impedendole di disperdersi."
4- La scultura “Cuore~Mente” affronta un conflitto universale: quanto della tua esperienza personale si riflette in quest’opera?
"In 'Cuore~Mente' c'è moltissimo di me. È un'opera profondamente autobiografica ma, come dicevi, affronta un conflitto universale. Ho vissuto spesso sulla mia pelle la tensione tra ciò che la logica imponeva (la mente) e ciò che il sentimento chiedeva (il cuore). Scolpire quell'opera è stato un atto catartico, un modo per visualizzare quella lotta e cercare di pacificare quelle due forze che spesso tirano in direzioni opposte."
5- L’uso della pietra silicea, con intaglio e levigatura, richiede un rapporto fisico e diretto con la materia: come vivi questo dialogo tra gesto e resistenza del materiale?
"Lavorare la pietra silicea è un corpo a corpo, un vero e proprio corpo a corpo. La pietra ha una sua volontà, una sua memoria e una resistenza fisica notevole. Non puoi semplicemente imporle la tua idea: devi ascoltarla. L'intaglio richiede forza e decisione, la levigatura richiede pazienza e cura estrema. Questo dialogo mi insegna l'umiltà: io non 'creo' da zero, ma aiuto la forma a emergere dalla materia, rispettando i suoi limiti e la sua natura."
6- Nei tuoi lavori si percepisce una tensione tra pieno e vuoto: è una scelta formale o una metafora esistenziale?
"Nelle mie opere il vuoto non è un'assenza, ma uno spazio attivo. Quindi sì, è assolutamente una metafora esistenziale, prima ancora che una scelta formale. Il vuoto è ciò che permette al pieno di esistere e di essere compreso; è il silenzio tra le note musicali. Nella vita frenetica di oggi abbiamo paura del vuoto, ma è proprio lì che si trova lo spazio per riflettere e per respirare."
7- Il concetto di “viaggio interiore” è centrale nella tua poetica: quali sono le domande che guidano oggi la tua ricerca?
"Oggi la mia ricerca è guidata da domande legate all'essenzialità e alla connessione. Mi chiedo: 'Cosa resta quando togliamo il superfluo?', 'Come possiamo mantenere intatta la nostra umanità in un mondo sempre più frammentato?' e 'In che modo la materia può ancora parlare allo spirito?'. Non cerco risposte definitive, ma cerco di fare in modo che le mie opere siano esse stesse delle domande aperte per chi le guarda."
8- Le tue recenti esposizioni mostrano un’apertura crescente al pubblico: come cambia il tuo approccio sapendo che l’opera verrà osservata e interpretata dagli altri?
"È un passaggio delicato ma bellissimo. Inizialmente c'è un senso di vulnerabilità: l'opera non è più solo tua. Ma col tempo ho imparato a considerare lo sguardo del pubblico come il completamento dell'opera stessa. Sapere che qualcuno osserverà il mio lavoro non cambia il mio modo di creare (che resta libero), ma mi rende più consapevole della responsabilità comunicativa che ho. L'opera d'arte finisce di essere creata solo negli occhi di chi la guarda."
9- Sei stato anche Direttore Creativo per un evento come la Notte Rosa di Pietravairano: cosa ti ha insegnato questa esperienza sul rapporto tra arte e spazio pubblico?
"Quell'esperienza a Pietravairano è stata fondamentale. Mi ha insegnato che l'arte non deve restare chiusa nelle gallerie o nei musei per essere elitaria, ma ha il dovere di abitare lo spazio pubblico, di farsi evento e condivisione popolare. Curare quell'evento mi ha mostrato come l'arte possa rigenerare un luogo, unire una comunità e creare un senso di appartenenza. È stata una prova di come la visione artistica possa farsi progetto collettivo."
10- Se dovessi descrivere il dialogo tra cuore e mente oggi, dopo aver realizzato quest’opera, diresti che hai trovato un equilibrio o che la ricerca è ancora aperta?
"Se dicessi di aver trovato un equilibrio perfetto, mentirei. E forse, se lo trovassi, smetterei di scolpire e di cercare! Direi piuttosto che oggi c'è una maggiore consapevolezza e accettazione di questo dualismo. La ricerca è assolutamente ancora aperta. L'opera mi ha insegnato che il cuore e la mente non devono necessariamente fondersi annullandosi a vicenda, ma possono imparare a dialogare e a rispettarsi. L'equilibrio non è un punto d'arrivo statico, ma un movimento continuo."
Nel lavoro di Tommaso Marcello si avverte una tensione autentica, un bisogno profondo di dare forma a ciò che spesso resta invisibile. La scultura diventa così un gesto lento, necessario, capace di trasformare la materia in presenza e il silenzio in racconto.
Ogni opera porta con sé il segno di un confronto: tra forza e fragilità, tra controllo e abbandono, tra ciò che si vuole dire e ciò che emerge senza essere previsto. In questo equilibrio sottile si riconosce una ricerca sincera, che non teme l’incompiuto, ma lo accoglie come parte vitale del processo.
Il suo linguaggio non impone, ma invita. Chiede di avvicinarsi, di osservare senza fretta, di lasciarsi attraversare. Ed è proprio in questo spazio, intimo e condiviso, che la scultura trova la sua dimensione più autentica: non come risposta, ma come possibilità di sentire, riconoscere, e forse, comprendere un po’ di più.
La Redazione
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