ROSANNA LA ROSA - IL VOLTO FEMMINILE COME MEMORIA, IDENTITA' E RINASCITA

Pubblicato il 8 ottobre 2026 alle ore 10:16

Esistono volti che non chiedono di essere riconosciuti, ma di essere ascoltati. Volti che custodiscono storie mai raccontate, attraversano il tempo e restituiscono allo sguardo una dimensione più profonda dell'esistenza. È proprio in questo territorio, sospeso tra memoria, identità e trasformazione, che prende forma la ricerca pittorica di Rosanna La Rosa, artista contemporanea italiana che ha scelto il femminile come centro di una narrazione visiva intensa, simbolica e profondamente umana.

Nelle sue opere, la figura femminile supera i confini della rappresentazione estetica per diventare testimonianza di una condizione universale. Le donne di Rosanna La Rosa non sono semplicemente soggetti pittorici: sono presenze che interrogano, raccontano, resistono. Custodiscono la fragilità senza subirla, attraversano il dolore senza esserne definite e si affermano attraverso una forza che non necessita di essere proclamata.

La sua pittura si sviluppa attraverso un linguaggio nel quale figurazione, astrazione e geometria convivono in un equilibrio ricco di significati. Il volto diventa il punto di incontro tra ciò che appare e ciò che rimane nascosto, mentre le strutture geometriche e gli elementi simbolici sembrano dare forma a un universo interiore fatto di ricordi, contraddizioni, ferite e possibilità.

Particolarmente significativa è la definizione con cui l'artista ama raccontare sé stessa: «menestrella contemporanea». Un'espressione che racchiude il senso della sua ricerca e restituisce alla pittura un'antica funzione narrativa. Come i cantastorie di un tempo, Rosanna raccoglie esperienze, attraversa il mito, recupera figure femminili della storia e le conduce nel presente, offrendo loro una nuova voce e una nuova possibilità di essere comprese.

Questa visione ha trovato una delle sue espressioni più significative nella mostra personale Donne…Oltre – Ritratti di forza silenziosa, presentata nel marzo 2026 presso La Vaccheria di Roma. Un progetto espositivo costruito intorno a una parola tanto semplice quanto necessaria: oltre. Oltre gli stereotipi, oltre le aspettative, oltre le ferite e quei confini, spesso invisibili, che limitano la libertà di riconoscere sé stessi.

Ma ciò che rende particolarmente interessante la ricerca di Rosanna La Rosa è la sua capacità di non trasformare la resilienza in una retorica dell'invincibilità. Le sue donne non sono eroine prive di debolezze. Al contrario, sembrano affermare che la vera forza risieda proprio nella possibilità di accogliere la propria vulnerabilità, attraversarla e trasformarla in consapevolezza.

In questa intervista, l'artista ci accompagna all'interno del proprio universo creativo, raccontando il rapporto tra esperienza personale e pittura, il valore della memoria, la presenza del mito e il significato di una narrazione artistica che vuole costruire connessioni autentiche con lo spettatore.

Ne emerge il ritratto di una donna che considera l'arte non soltanto una forma espressiva, ma uno spazio di incontro e di riconoscimento. Una pittura che non pretende di offrire risposte definitive, ma invita a formulare nuove domande, a riconoscersi negli occhi di un volto sconosciuto e, forse, a ritrovare una parte dimenticata di sé.

Perché, nella pittura di Rosanna La Rosa, ogni volto racconta una storia. Ma la storia più importante potrebbe essere proprio quella di chi lo osserva.

  1. Nelle tue opere il volto femminile diventa molto più di un ritratto: è memoria, identità, trasformazione. Quando inizi un nuovo lavoro, da dove nasce realmente quel volto? Da una persona, da un ricordo, da un'emozione o da qualcosa di più simbolico?

Non parto quasi mai da una persona precisa. Quello che dipingo nasce soprattutto da un'emozione, da una riflessione o da una storia che sento il bisogno di raccontare.

Ogni volto prende forma lentamente, come se emergesse da qualcosa che avevo già dentro. È un insieme di memoria, immaginazione e simbolo. Per questo le mie donne non sono ritratti, ma identità universali: rappresentano paure, ferite, forza, dignità e possibilità di rinascita.

Mi interessa dipingere ciò che non si vede. Il volto è il luogo in cui cerco di rendere visibili emozioni e trasformazioni interiori. Vorrei che chi osserva un mio dipinto non si chiedesse "chi è questa donna?", ma riconoscesse qualcosa di sé nei suoi occhi.

  1. La tua ricerca racconta donne che attraversano il buio per raggiungere la luce. Quanto c'è della tua esperienza personale in questo percorso di rinascita che ritorna così spesso nella tua pittura?

C'è moltissimo di me, anche se non in modo autobiografico. Ho attraversato momenti difficili che mi hanno insegnato quanto sia facile perdere sé stessi e quanto sia difficile ritrovarsi. La pittura è diventata il luogo in cui ho imparato a trasformare il dolore in qualcosa che potesse generare forza.

Non dipingo la sofferenza per celebrarla. Mi interessa raccontare ciò che accade dopo: il momento in cui una persona sceglie di non identificarsi più con le proprie ferite e ricomincia a costruire la propria identità.

Credo che la resilienza non sia un dono riservato a pochi, ma una possibilità che appartiene a tutti. Per questo le donne che dipingo hanno uno sguardo fiero: non perché non abbiano sofferto, ma perché sono sopravvissute senza rinunciare alla propria dignità.

  1. Hai definito te stessa una "menestrella contemporanea". È una definizione poetica e potente: quali storie senti il bisogno di raccontare oggi attraverso la pittura?

Mi piace definirmi una menestrella contemporanea perché, come gli antichi cantastorie, sento il bisogno di tramandare storie che parlino dell'essere umano. Solo che il mio linguaggio non è fatto di parole o di musica, ma di immagini.

Racconto soprattutto storie di donne, non per contrapporle agli uomini, ma perché la loro esperienza continua a essere attraversata da stereotipi, aspettative e silenzi che meritano di essere raccontati. Mi affascinano le figure storiche, i miti e le protagoniste dimenticate, perché spesso custodiscono un messaggio ancora attuale.

Vorrei che ogni mio dipinto fosse un racconto capace di fermare lo sguardo e aprire una domanda. Se anche una sola persona, osservando un'opera, si sente più forte, più consapevole o semplicemente meno sola, allora quella storia ha raggiunto il suo scopo.

  1. Le donne delle tue opere sembrano custodire l'eleganza del passato ma possedere uno sguardo rivolto al futuro. Quale dialogo immagini tra memoria e contemporaneità all'interno della tua ricerca artistica?

Mi affascina il passato, lo considero una fonte di conoscenza, un luogo in cui ritrovare storie, simboli e figure che hanno ancora qualcosa da dirci. Molte delle donne che dipingo appartengono alla storia o al mito, ma il mio intento non è rappresentarle così come erano: cerco di restituire loro una voce contemporanea.

Per questo convivono elementi classici e forme moderne. È il mio modo di costruire un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare. Credo che la memoria abbia valore solo quando continua a dialogare con il presente.

Le mie donne portano con sé il peso della loro storia, ma non ne sono prigioniere. Guardano avanti, perché ogni esperienza, anche la più dolorosa, può trasformarsi in una possibilità di crescita.

  1. Nei tuoi lavori convivono figurazione, astrazione e geometria. Cosa rappresentano per te questi elementi e quale ruolo hanno nella costruzione del significato dell'opera?

La figurazione è il punto d'incontro con chi osserva: è il volto, lo sguardo, l'emozione immediata. L'astrazione e la geometria, invece, raccontano ciò che non può essere descritto con il realismo.

Le strutture geometriche che spesso costruisco intorno alla testa non sono semplici elementi decorativi. Rappresentano il mondo interiore: i pensieri, i conflitti, le paure, ma anche le risorse che ciascuno di noi possiede per ritrovare equilibrio. Sono mappe invisibili dell'identità.

Mi piace che ogni opera possa essere letta su più livelli. Da lontano si incontra un volto, da vicino si scopre un linguaggio fatto di simboli che invita a fermarsi e a riflettere. È in questo dialogo tra riconoscibile e invisibile che sento nascere il significato del dipinto.

  1. La resilienza è uno dei temi centrali del tuo percorso. Secondo te esiste una forma di forza femminile che l'arte riesce a raccontare meglio delle parole?

Sì, credo di sì. Le parole spiegano, l'arte fa sentire. Un dipinto può arrivare prima della razionalità e parlare direttamente alla parte più profonda di chi guarda.

La forza femminile che cerco di raccontare non è quella dell'eroina invincibile. È una forza più silenziosa: quella di chi continua a rialzarsi, di chi conserva la propria sensibilità senza considerarla una debolezza, di chi riesce a trasformare le ferite in consapevolezza.

Se una donna osservando un mio quadro si sente compresa, o trova il coraggio di riconoscere la propria forza, allora penso che la pittura abbia fatto ciò che spesso le parole non riescono a fare: creare una connessione autentica, senza bisogno di spiegazioni.

  1. Molte tue figure sembrano immerse in una dimensione sospesa, quasi mitica. Quale ruolo hanno il simbolo e il mito nella tua pittura e nel modo in cui interpreti il presente?

Il mito, per me, non appartiene al passato. È un linguaggio senza tempo che continua a raccontare l'essere umano. Le figure mitologiche attraversano i secoli perché parlano di paure, desideri, conflitti e speranze che non smettono mai di appartenerci.

Quando scelgo di dipingere un personaggio storico o mitologico, non mi interessa illustrarne la leggenda. Cerco di liberarlo dalla distanza del tempo per farlo dialogare con il presente. È quello che ho cercato di fare con le mie “Donne…”che porto sulla tela: non raccontare ciò che è stato, ma ciò che continua a essere.

Anche i simboli hanno questa funzione. Non offrono risposte, ma aprono possibilità di interpretazione. Mi piace pensare che ogni spettatore possa riconoscere un significato diverso, perché ogni storia cambia a seconda dello sguardo di chi la incontra.

  1. La mostra "Donne…Oltre – Ritratti di forza silenziosa" nasce dal desiderio di raccontare il passaggio dal buio alla luce. Qual è stata la storia o l'immagine che ha dato origine a questo progetto espositivo?

Più che da un'unica storia, la mostra è nata da una consapevolezza maturata nel tempo. Guardando insieme i miei dipinti mi sono accorta che, pur raccontando donne diverse, provenienti da epoche e contesti differenti, tutte condividevano lo stesso cammino: attraversare una difficoltà senza lasciare che quella difficoltà definisse la loro identità.

"Donne…Oltre" è nato proprio da questa intuizione. Quel termine, "oltre", racchiude il senso della mia ricerca: andare oltre il dolore, oltre gli stereotipi, oltre le apparenze, oltre i limiti imposti dagli altri e, molto spesso, anche da noi stessi.

La forza silenziosa di cui parlo non è fatta di gesti eroici. È quella che accompagna le trasformazioni quotidiane, spesso invisibili, ma capaci di cambiare profondamente una persona. È questa l'immagine che ha dato origine alla mostra e che continua ad accompagnare il mio lavoro.

  1. Quando uno spettatore si ferma davanti a uno dei tuoi volti femminili, quale dialogo speri si crei tra l'opera e chi la osserva?

Non desidero che chi guarda trovi le mie risposte. Mi auguro, piuttosto, che trovi le proprie domande.

Mi emoziona quando qualcuno si riconosce in un volto che, in realtà, non ha un'identità precisa. Significa che il dipinto ha smesso di appartenermi ed è diventato esperienza di un'altra persona.

Se davanti a un'opera qualcuno si sente compreso, se ritrova un ricordo, una ferita, una speranza o semplicemente si concede il tempo di ascoltarsi, allora il dialogo è avvenuto. Credo che l'arte non debba convincere, ma creare uno spazio di incontro, in cui l'opera e l'osservatore si trasformano a vicenda.

  1. La tua ricerca continua a esplorare memoria, trasformazione e rinascita. Guardando al futuro, quale nuova domanda senti di voler porre al femminile attraverso la tua arte?

Se guardo al futuro, mi auguro di continuare a essere una menestrella contemporanea: una narratrice di storie che, attraverso la pittura, sappiano emozionare e far riflettere. Vorrei dare voce a donne che la storia ha dimenticato, ma anche a tutte quelle persone che hanno saputo trasformare le proprie fragilità in una possibilità di rinascita.

L'esperienza della mostra Donne...Oltre mi ha lasciato qualcosa di prezioso. Incontrare persone che si sono emozionate davanti ai miei dipinti mi ha fatto capire che il dialogo tra un'opera e chi la osserva è la parte più autentica del mio lavoro. È questo che desidero continuare a costruire.

Vorrei continuare a raccontare storie che aiutino chi non ha né domande né risposte, che sappiano dare un abbraccio a chi le incontra. Per questo sogno che, un giorno, la mia pittura possa intrecciarsi con linguaggi diversi, mi piacerebbe costruire ponti tra le arti, immagino un dialogo tra pittura, teatro, musica, perché credo che l'arte, quando si apre alla collaborazione, acquisti una forza ancora più grande e riesca a raggiungere le persone in modi inaspettati.

 

La redazione

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