Il legno, il fuoco e il tempo al centro di una ricerca che trasforma il recupero della materia in linguaggio artistico
Testo curatoriale di Maria Di Stasio
Il legno non è soltanto il supporto scelto da Stefania Tagliabue per realizzare le proprie opere. È il punto dal quale prende avvio l'intera ricerca dell'artista: una materia già attraversata dal tempo, capace di conservare nelle venature, nelle irregolarità e nelle imperfezioni le tracce di una storia precedente.
È proprio questo aspetto a distinguere il suo lavoro. Tagliabue predilige infatti legni recuperati, spesso provenienti da vecchi laboratori, cascinali, baite e strutture appartenute ad altre epoche. Materiali che hanno già avuto una funzione e che, una volta esaurita, rischierebbero di essere abbandonati o distrutti. L'artista interviene prima che quella storia venga definitivamente interrotta e attribuisce alla materia una nuova possibilità.
Non tenta, però, di riportarla a uno stato originario. Crepe, nodi, bordi irregolari, tracce del tempo e differenze cromatiche vengono conservati e integrati nella composizione. Il passato del supporto rimane visibile anche quando il legno assume una nuova identità attraverso l'opera.
È da qui che nasce quella che potremmo definire una memoria incisa.
Quando il fuoco smette di distruggere
La tecnica centrale nella produzione di Stefania Tagliabue è la pirografia e proprio il rapporto tra fuoco e legno introduce uno degli elementi più interessanti della sua ricerca.
Per sua natura, il fuoco può consumare il legno. Tagliabue utilizza invece il calore per produrre l'immagine. La punta del pirografo attraversa la superficie con differenti intensità, costruendo linee, ombre, volumi e profondità attraverso una combustione controllata.
Il processo lascia una traccia permanente. A differenza di un segno depositato sulla superficie, quello pirografico modifica direttamente la materia.
Si crea così una relazione particolare tra due differenti forme di incisione: quella prodotta naturalmente dal tempo e quella determinata dall'intervento dell'artista. Prima ancora che Tagliabue inizi a lavorare, infatti, il supporto possiede venature, ferite e alterazioni. La pirografia aggiunge un secondo livello di scrittura senza eliminare il precedente.
In questo senso la tecnica non può essere separata completamente dal contenuto. Il tempo lascia un segno sul legno e l'artista, attraverso il fuoco, ne aggiunge un altro.
L'opera nasce dalla loro convivenza.
Il legno diventa pelle
Osservando la produzione figurativa di Tagliabue, questa relazione appare ancora più evidente.
Volti, corpi, mani e sguardi emergono direttamente dalla superficie lignea. La tonalità naturale del supporto entra negli incarnati, mentre le bruciature più profonde definiscono capelli, pieghe, ombre ed espressioni. In alcuni lavori è difficile stabilire dove termini la materia e dove inizi la figura: il legno finisce quasi per assumere la funzione della pelle.
È soprattutto nei volti che la ricerca acquista una forte componente introspettiva. Gli occhi sono spesso protagonisti della composizione; altre volte sono la postura del corpo, una mano, un capo abbassato o una tensione del volto a suggerire una condizione emotiva.
Non siamo davanti a immagini costruite esclusivamente per la loro resa figurativa. Dietro la precisione tecnica emerge la volontà di stabilire una relazione con l'osservatore.
Le figure di Tagliabue attraversano fragilità, raccoglimento, inquietudine, forza e silenzio senza imporre necessariamente una narrazione. L'immagine rimane sufficientemente aperta perché chi la osserva possa riconoscervi qualcosa appartenente alla propria esperienza.
È un aspetto che l'artista stessa riconduce all'introspezione: l'opera non deve necessariamente trasformare chi la guarda, ma può diventare occasione per fermarsi e incontrare una parte del proprio vissuto.
Dai corpi ai luoghi
La figura umana non esaurisce tuttavia la produzione dell'artista. Accanto ai ritratti compaiono paesaggi, borghi, architetture e ambientazioni montane.
Il passaggio è interessante perché modifica il soggetto senza interrompere il rapporto con la memoria.
Nei paesaggi il legno sembra quasi ricongiungersi idealmente alla propria origine naturale. Alberi, montagne e costruzioni vengono rappresentati sopra una materia che proviene essa stessa dalla natura e che ha attraversato una trasformazione prima di arrivare nelle mani dell'artista.
Anche le architetture introducono il tema della permanenza. Le case e i borghi raccontano luoghi abitati, attraversati e modificati dall'uomo; il supporto sul quale vengono rappresentati racconta, parallelamente, una propria storia di utilizzo e trasformazione.
Materia e immagine finiscono così per condividere la stessa idea di tempo.
Un colore che non nasconde la materia
La componente cromatica costituisce un ulteriore elemento della ricerca. Il colore non viene utilizzato per uniformare il supporto o nasconderne l'origine. Interviene piuttosto all'interno della struttura costruita dalla pirografia.
Blu, rossi, verdi e tonalità più fredde modificano l'atmosfera delle composizioni, mentre in alcune opere gli inserti dorati introducono improvvisi punti di luce.
Proprio l'oro crea un contrasto particolarmente significativo: una materia recuperata, imperfetta e segnata dal tempo viene accostata a un elemento tradizionalmente associato alla preziosità.
Il valore, in questo modo, non dipende più dalla perfezione del materiale originario. È l'intervento artistico a modificarne la percezione.
Recuperare non significa cancellare
È probabilmente questo il punto nel quale i diversi aspetti del lavoro di Stefania Tagliabue convergono.
Il recupero potrebbe essere interpretato semplicemente come scelta sostenibile, ma limitare la sua ricerca a questa dimensione significherebbe trascurarne la componente più interessante. Nel suo lavoro recuperare significa soprattutto continuare una storia.
Il materiale non viene restaurato per sembrare nuovo. La sua età rimane riconoscibile. Le imperfezioni non vengono necessariamente corrette. La precedente esistenza del supporto continua a convivere con quella nuova.
Da questa prospettiva, il legno assume anche una possibile dimensione metaforica. Una materia consumata, ferita o considerata non più utile dimostra di poter assumere una nuova funzione senza dover cancellare le tracce della propria esperienza.
Non si tratta quindi di tornare indietro, ma di proseguire.
Ed è forse proprio questa continuità a costituire uno degli elementi più riconoscibili della ricerca di Stefania Tagliabue. L'artista non lavora contro il tempo e non tenta di neutralizzarne gli effetti. Decide di accoglierli all'interno dell'opera.
Il suo intervento arriva quando una storia è già cominciata.
Da quel momento il pirografo incide una nuova immagine, il colore introduce altre possibilità e ciò che avrebbe potuto concludere il proprio percorso come materiale abbandonato entra in una diversa dimensione.
La pirografia diventa così non soltanto una tecnica esecutiva, ma lo strumento attraverso il quale memoria della materia e immagine contemporanea possono occupare la stessa superficie.
Il passato rimane visibile, ma non impedisce alla materia di diventare altro.
Ed è forse proprio qui che si trova la chiave più interessante per leggere il lavoro di Stefania Tagliabue: non nella cancellazione delle tracce, ma nella possibilità di trasformarle in un nuovo racconto.
Maria Di Stasio
Curatrice d'arte
Aggiungi commento
Commenti