L'artista partecipa alla mostra internazionale “Quel che resta dentro – Abitare la ferita” a Palazzo Einaudi con “Io sono nessuno”, un'opera che indaga la perdita dell'identità, la memoria e le ferite invisibili dei conflitti.
Ci sono opere che non cercano di rappresentare semplicemente una realtà, ma di interrogare ciò che quella realtà lascia nell'essere umano. Opere che nascono dall'urgenza di dare una forma visibile a qualcosa che spesso rimane inesprimibile. È in questa dimensione che si colloca la ricerca artistica di Stefania Tagliabue, protagonista di una nuova e significativa esperienza espositiva a Chivasso, in provincia di Torino, nell'ambito della mostra collettiva internazionale Quel che resta dentro – Abitare la ferita, organizzata da CreativelifeStyle by Ossimoro.
L'esposizione, inaugurata sabato 17 ottobre 2026 presso Palazzo Einaudi, negli spazi della Galleria Cosola, riunisce le opere di 34 artisti internazionali chiamati a confrontarsi con il tema della violenza invisibile e delle conseguenze che continuano ad abitare l'individuo anche quando l'evento traumatico appartiene apparentemente al passato. La mostra, visitabile fino al 25 ottobre, costruisce così un percorso di riflessione intorno alla memoria, alla vulnerabilità e alle tracce profonde che determinate esperienze imprimono nell'esistenza umana.
Particolarmente significativo è anche il luogo che accoglie l'iniziativa. Palazzo Einaudi, edificio storico le cui origini risalgono al Seicento, è stato destinato a funzioni militari fino alla Seconda guerra mondiale, per poi essere utilizzato dal Genio Ferrovieri. Dal 1993, con il passaggio al Comune, è diventato Palazzo dell'Economia e del Lavoro, ospitando anche attività culturali ed espositive. Una storia che, nel contesto di questa mostra, assume un valore simbolico: uno spazio un tempo legato alla dimensione militare diventa oggi luogo di riflessione sulle ferite della violenza e della guerra.
“Io sono nessuno”: il volto di un'identità cancellata
All'interno di questo percorso, Stefania Tagliabue presenta Io sono nessuno, un'opera di 63 × 46 centimetri, realizzata attraverso la pirografia su una tavola di noce antico, colori acrilici e foglia d'argento.
Il soggetto è il volto ravvicinato di un soldato. Lo sguardo, intenso e diretto, emerge da una superficie segnata, attraversata da frammenti materici che sembrano evocare lacerazioni, cicatrici e tracce di una memoria impossibile da cancellare.
Eppure, ciò che rende quest'opera particolarmente significativa non è soltanto la sua forza figurativa. È il contrasto tra la presenza dello sguardo e l'assenza dell'identità. L'uomo è davanti a noi, esiste, ci osserva, ma il suo nome sembra essere stato cancellato. La divisa, che dovrebbe identificarlo, finisce paradossalmente per privarlo della propria individualità.
Il titolo Io sono nessuno diventa così una dichiarazione dolorosa. Non racconta soltanto la condizione del soldato, ma pone una domanda universale: cosa rimane dell'essere umano quando la sua identità viene subordinata a un ruolo, a un conflitto, a una storia collettiva che rischia di annullarne quella personale?
La guerra, nella lettura proposta dall'artista, non è rappresentata attraverso l'azione o la spettacolarizzazione della violenza. È raccontata attraverso ciò che rimane dentro, attraverso lo smarrimento, la perdita dei riferimenti e quella trasformazione silenziosa che può continuare a vivere nella persona molto tempo dopo la fine degli eventi.
La materia come custode della memoria
Uno degli elementi più riconoscibili della ricerca di Stefania Tagliabue è il rapporto con il legno antico e recuperato. La sua scelta non risponde esclusivamente a un'esigenza estetica, ma costituisce parte integrante del linguaggio artistico. Il legno possiede una memoria precedente all'intervento dell'artista. Le sue nervature, le irregolarità, i segni del tempo diventano elementi narrativi, superfici sulle quali una nuova storia può incontrare quelle già custodite dalla materia. Attraverso la pirografia, Tagliabue interviene incidendo il proprio segno con il calore, in un processo che assume quasi il valore di una scrittura. Il fuoco modifica la superficie, la attraversa e vi lascia una traccia permanente. È un gesto artistico che, nell'opera Io sono nessuno, trova una particolare corrispondenza con il tema della ferita.
Anche la foglia d'argento partecipa a questa costruzione simbolica. I suoi frammenti interrompono la continuità dell'immagine, creando zone di disgregazione visiva che sembrano richiamare una memoria spezzata. La superficie non è più soltanto il supporto dell'opera: diventa parte del suo significato.
È in questa capacità di mettere in relazione materia, tecnica e contenuto che emerge la maturità espressiva dell'artista. Tagliabue non si limita a utilizzare un materiale, ma lo trasforma in un elemento capace di partecipare emotivamente alla narrazione.
Osservando il percorso recente di Stefania Tagliabue, appare evidente come la sua ricerca sia sempre più orientata verso una dimensione introspettiva, nella quale l'opera diventa strumento di conoscenza dell'essere umano.
Nei suoi lavori, la fragilità non viene nascosta, corretta o idealizzata. Al contrario, viene riconosciuta come parte essenziale dell'esistenza, come condizione attraverso la quale possono emergere verità che difficilmente trovano spazio nel linguaggio quotidiano.
Con Io sono nessuno, questa sensibilità compie un ulteriore passaggio. La riflessione non riguarda più soltanto il mondo interiore dell'individuo, ma si apre a una dimensione collettiva e storica. La sofferenza personale diventa il punto di partenza per interrogare la condizione di quanti, attraversando la guerra, perdono certezze, appartenenze e talvolta la percezione stessa di sé.
Ad accompagnare l'opera nel catalogo della mostra è anche un testo di Danilo Brignoli, marito dell'artista, che sviluppa una riflessione sulla progressiva perdita delle certezze, sul sacrificio e sulla condizione di chi si ritrova a non riconoscersi più nel proprio passato.
La presenza di questo contributo introduce un ulteriore livello di lettura, nel quale immagine e parola si incontrano per restituire profondità alla figura rappresentata.
L'espressione Io sono nessuno non appare allora come una semplice negazione dell'identità, ma come il risultato estremo di una frattura: quella tra la persona che si era prima e quella che si diventa dopo aver attraversato un'esperienza capace di modificare radicalmente la propria esistenza.
La partecipazione alla mostra di Chivasso rappresenta un nuovo momento di confronto per Stefania Tagliabue, inserendo il suo lavoro in un contesto internazionale e in un dialogo artistico dedicato a uno dei temi più complessi della contemporaneità.
Il vernissage del 17 ottobre, che ha visto la presenza di numerosi artisti partecipanti, visitatori e addetti ai lavori, ha inaugurato un'esposizione sviluppata su due livelli, nella quale differenti linguaggi visivi contribuiscono a costruire una riflessione condivisa sulle conseguenze della violenza.
Ma il valore della presenza di Tagliabue va ricercato soprattutto nella coerenza della sua proposta artistica. In un tempo nel quale le immagini della guerra rischiano di trasformarsi in un flusso continuo di informazioni, la sua opera invita a fermarsi su un solo volto, su un solo sguardo, su una sola esistenza.
È un cambio di prospettiva importante. Perché dietro ogni uniforme, dietro ogni numero e ogni racconto collettivo, esiste una persona con una storia, degli affetti, una memoria e un'identità che nessun conflitto dovrebbe cancellare.
La forza di Io sono nessuno risiede proprio in questa capacità di trasformare un volto anonimo in una presenza che interroga lo spettatore.
E forse è qui che si manifesta uno degli aspetti più significativi della crescita artistica di Stefania Tagliabue: la capacità di andare oltre la rappresentazione della ferita, per interrogare ciò che essa modifica nella coscienza, nella memoria e nell'identità dell'essere umano.
La sua arte continua così a costruire un linguaggio nel quale la materia conserva, il segno racconta e lo sguardo restituisce dignità a ciò che rischia di essere dimenticato.
Perché, di fronte a un'opera come Io sono nessuno, il compito dell'arte non è necessariamente quello di offrire risposte. È, prima di tutto, quello di impedirci di smettere di porre domande.
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