MICHELA FRUNGILLO - LA PITTURA COME SPAZIO DI ATTRAVERSAMENTO

Pubblicato il 19 marzo 2026 alle ore 11:43

C’è una dimensione della pittura contemporanea che non nasce nello studio, ma si forma lentamente nei luoghi dell’attraversamento: nei tempi morti, nelle attese, negli spazi anonimi che scandiscono la vita quotidiana. È proprio da questa soglia, sospesa tra movimento e stasi, che prende forma la ricerca di questa giovane artista, il cui lavoro affonda le radici in un’esperienza vissuta e sedimentata nel tempo.
I suoi dipinti nascono da un’immersione prolungata nel paesaggio urbano, in particolare nei sistemi sotterranei e nei nodi di transito tra Napoli e Roma, luoghi spesso percepiti come marginali ma che, nel suo sguardo, si rivelano spazi densissimi di umanità. Stazioni, metropolitane, autobus diventano così scenari di una narrazione silenziosa, fatta di gesti minimi, presenze fugaci e tempi dilatati. È qui che l’artista sviluppa una sensibilità acuta verso l’osservazione e l’attesa, trasformando l’esperienza quotidiana in materia pittorica.
La sua ricerca si muove lungo una linea sottile tra controllo e spontaneità, tra costruzione e impulso, restituendo immagini che appaiono come fotogrammi sospesi di un flusso continuo. Il gesto pittorico, rapido ed energico, dialoga con una tavolozza trattenuta, attraversata da improvvise accensioni cromatiche e da colature che introducono una dimensione instabile, quasi in divenire. Ne emerge una pittura che non si limita a rappresentare, ma invita a sostare, a osservare, a entrare dentro il tempo dell’immagine.
Accanto alla pratica artistica, il suo percorso si intreccia con l’arteterapia, aprendo a una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte come strumento di ascolto, elaborazione e relazione. Un’esperienza che trova ulteriore respiro nel confronto internazionale, come quello vissuto presso la Bauhaus University, contribuendo a rafforzare una visione consapevole e aperta della pratica artistica.


In questa intervista, l’artista ci accompagna dentro il proprio processo, restituendo non solo le immagini che costruisce, ma anche il tempo, lo sguardo e le esperienze che le rendono possibili.

 

 

1. Nei tuoi dipinti ricorre spesso l’iconografia dei sistemi sotterranei e dei paesaggi urbani. Cosa rappresentano per te questi spazi e perché senti il bisogno di indagarli attraverso la pittura?

 

Quando ho iniziato a dipingere queste iconografie non mi sono posta subito il problema del perché. L’approccio iniziale è stato spontaneo, ero semplicemente attratta formalmente. Solo con il tempo ho capito che quelle immagini facevano parte del mio vissuto da sempre.

Fin da molto piccola ho trascorso moltissimo tempo nei sistemi di trasporto urbano di Napoli per poi finire col vivere quotidianamente anche quelli di Roma: metropolitane, stazioni, autobus, nodi di scambio. Per anni li ho utilizzati quotidianamente per spostarmi verso la scuola e poi l’università. Spesso le attese erano lunghe, i cambi frequenti, e una parte enorme delle mie giornate si svolgeva in questi luoghi di passaggio. A volte il tempo passato negli spostamenti era persino maggiore di quello dedicato alla destinazione.

Crescendo sono diventata molto auto-osservativa e oggi penso che quell’esperienza abbia inevitabilmente influenzato la mia pittura. Il mio lavoro è profondamente narrativo: dipingo per raccontare qualcosa che ho vissuto e il modo in cui l’ho attraversato. Quando la voce non basta (e spesso non basta, perché sono una persona che parla poco) subentra la pittura.

I miei quadri diventano così uno spazio di racconto. Attraverso queste immagini cerco di mostrare alle persone come ho vissuto determinate situazioni, cosa significava per me abitare quei luoghi ogni giorno, di giorno e di notte. La pittura mi permette di includere chi osserva, di invitarlo a ascoltare e vivere quelle esperienze.

2. Al centro della tua ricerca emergono concetti come attesa, tempo e osservazione. In che modo questi elementi influenzano il tuo processo creativo e la costruzione delle immagini?

Può sembrare contraddittorio, ma molte delle cose che ho imparato per adattarmi al mondo esterno durante il processo creativo si trasformano quasi nel loro opposto.

L’attesa, il tempo e l’osservazione sono capacità che ho sviluppato nel tempo. Sono una grande osservatrice anche perché mio padre mi ha sempre ripetuto una cosa molto semplice: “Osserva”. Col tempo ho capito quanto questo atteggiamento fosse importante.

Allo stesso modo ho imparato ad accettare e godere dell’attesa. Fin da piccola mi sono trovata in situazioni in cui il tempo non dipendeva da me, e ho dovuto imparare a starci dentro. Non ho mai sopportato chi si lamentava continuamente di un autobus in ritardo o di un treno che non arrivava: avevo la sensazione che, se avessi iniziato anch’io a reagire così, sarei diventata un’adulta incapace di stare davvero dentro alla vita. Così ho imparato a fermarmi, a osservare quello che accadeva intorno a me e ad adattarmi al tempo.

In studio però succede quasi l’opposto. Quando dipingo sento il bisogno di catturare l’immagine in modo rapido, di afferrare l’attimo o la linea percepita più che riprodurre lentamente ciò che vedo. Per questo lavoro con l’acrilico: mi permette di evitare tempi di attesa lunghi come quelli dell’olio e di costruire l’immagine attraverso molti strati veloci. A volte mi fermo, guardo il dipinto da lontano e cerco di capire cosa manca o se l’equilibrio formale funziona davvero. Ma, in generale, il mio modo di lavorare è piuttosto rapido. Non è un gesto impulsivo o incontrollato: è piuttosto una risposta quasi automatica al modo in cui ho vissuto e interiorizzato quelle esperienze.

3. Le tue opere sembrano catturare momenti sospesi, quasi come fotogrammi estratti da un flusso continuo di vita urbana. Quanto è importante per te l’idea di “fermarsi” e trasformare un attimo fugace in immagine?

Direi che per me è molto importante. Considerando quanto spesso mi ritrovo a lavorare sull’attesa e sul fermare momenti veloci, probabilmente è più di una semplice scelta: è quasi una necessità. La pittura mi permette di esorcizzare questa tensione verso l’attimo che passa e che altrimenti resterebbe silente, accumulandosi nel tempo in modo quasi impercettibile.

Non sono particolarmente interessata alla riproduzione di fotografie costruite o con pose volontarie. Le immagini da cui parto sono quasi sempre catturate mentre cerco di congelare un momento in movimento: persone che camminano per strada immerse nei propri impegni, qualcuno che sale o scende da un treno, frammenti di vita urbana che scorrono velocemente. Cerco di non farmi notare, ma per fortuna le persone sono spesso distratte e continuano a andare avanti con le loro vite.

Anche quando realizzo lavori su commissione chiedo spesso di partire da attimi spontanei. In alcuni casi, come nella serie Frames, invito a scegliere un video personale e fermarlo nel punto desiderato. In questo modo emerge un frammento che normalmente sfuggirebbe allo sguardo.

Quando guardiamo un filmato tendiamo a seguire la scena nel suo insieme, ma raramente ci soffermiamo sulla forza visiva di un singolo fotogramma. È proprio questo che cerco di fare con la pittura: isolare quell’istante e invitare chi osserva a fermarsi su qualcosa che, nel flusso continuo delle immagini, passerebbe inosservato.

 4. Il gesto pittorico nei tuoi lavori appare energico, a tratti caotico, mentre la tavolozza rimane spesso tenue con accenti cromatici improvvisi. Come si sviluppa questo equilibrio tra controllo e spontaneità?

 Questa domanda tocca un punto a cui tengo molto. Quando parlo ai ragazzi durante i corsi di pittura o disegno mi accorgo di ripetere spesso quanto sia importante, almeno per me, trovare un equilibrio tra gesto controllato e spontaneità. È fondamentale capire quando è il momento di controllare il gesto e procedere con cautela e quando invece lasciare che la mano cada libera sulla superficie. Naturalmente quella libertà non è mai completamente casuale: cade sempre nello spazio e nei limiti di ciò che si sta figurando nella propria testa. In questo senso si tratta sempre di una spontaneità controllata, di una consapevolezza del gesto che si costruisce nel tempo. È una questione che riguarda la pittura, ma anche la vita: una delle lezioni più preziose che l’arte può insegnare.

Questo equilibrio si sviluppa più con l’occhio che con la mano. I due lavorano costantemente insieme, ma l’occhio fa da direttore d’orchestra. Se l’occhio decide che in alto a sinistra serve una pennellata veloce, la mano agisce senza esitazioni; se invece l’occhio è incerto, la mano resta ferma.

Quando il linguaggio non è completamente figurativo e si lavora molto con gesti rapidi, colature e interventi immediati, ogni passaggio comporta un rischio. Bastano pochi secondi per compromettere l’equilibrio di un dipinto. Per questo diventa fondamentale lasciare che l’occhio controlli e valuti continuamente la situazione formale, mentre la mano esegue con decisione. Questo dialogo riguarda non solo le forme ma anche il colore. La mia tavolozza tende a essere piuttosto tenue, quasi trattenuta, con accenti cromatici più vivi che emergono all’improvviso. Se devo essere sincera, credo che questo equilibrio rifletta anche un po’ il mio carattere.

5. Il dripping è diventato un elemento espressivo centrale nelle tue opere più recenti. Che ruolo gioca questa tecnica nella costruzione della tua visione della realtà contemporanea?

Quando ho iniziato a introdurre le prime colature nei miei lavori mi sono resa conto subito che c’era qualcosa che funzionava e che si allineava con il mio modo di vedere le cose. All’inizio ho probabilmente esagerato, come succede spesso quando si scopre un elemento nuovo. Poi, con il tempo, ho iniziato a lavorare per trovare un equilibrio perché anche il dripping, come ogni altro elemento del dipinto, deve trovare il suo posto nella composizione.

È anche uno degli interventi più rischiosi. Basta un attimo: se il gesto è troppo veloce la pittura schizza ovunque e perde direzione. Per me invece è fondamentale che la colatura scenda dritta verso il basso. In quel momento il controllo deve essere massimo. Con il tempo ho capito che queste colature stavano diventando qualcosa di più di una scelta formale. Sono un modo per raccontare come percepisco il presente. Se nella serie Frames il lavoro riguarda il passato — che mi appare chiaro e definito proprio perché non si può più cambiare — nei dipinti più recenti il dripping introduce una dimensione diversa. Il presente è ancora tutto in ballo, sta accadendo ora, ed è inevitabilmente instabile.

Per questo, insieme ai gesti rapidi della pittura, le colature sono diventate fondamentali: portano dentro l’immagine una sensazione di mutazione continua, qualcosa che sfugge mentre sta succedendo. Non so se in futuro questa esigenza prenderà altre forme, magari più caotiche o diverse da quelle attuali. Ma per ora faccio fatica a immaginare un dipinto che parli dell’oggi senza almeno una colatura.

 6. Hai vissuto per molti anni immersa nel paesaggio metropolitano attraverso spostamenti quotidiani. In che modo questa esperienza ha influenzato il tuo sguardo e la tua sensibilità artistica?

In realtà tutto è partito da lì. Non so che direzione avrebbe preso la mia pittura se avessi avuto scuola, università e vita quotidiana tutte sotto casa. Gli spostamenti quotidiani hanno avuto un ruolo enorme nel formare il mio sguardo. Per anni mi sono trovata ogni giorno ad attraversare spazi molto diversi tra loro, dalle zone più tranquille a quelle più caotiche. Le stazioni, soprattutto a Napoli e a Roma, non sono sempre

luoghi semplici, specialmente la sera. Eppure, paradossalmente, non ho mai avuto esperienze davvero negative. Piuttosto, quei contesti mi hanno abituata a osservare con grande attenzione ciò che accade intorno.

Molto tempo di quelle giornate passava nell’attesa: sui binari, nei sottopassaggi, tra la folla. Era un tempo in cui osservavo continuamente. Ascoltavo frammenti di conversazioni, guardavo i volti, le relazioni tra le persone, il modo in cui ognuno occupava lo spazio o reagiva all’ambiente che lo circondava. Credo che questa esposizione quotidiana alla vita urbana abbia allenato la mia sensibilità verso i piccoli gesti e le dinamiche spontanee tra le persone. È lì che è nato il mio interesse per quei momenti apparentemente ordinari che scorrono velocemente davanti agli occhi ma che, se ci si ferma un attimo, rivelano una grande densità umana. In fondo è proprio da quella esperienza quotidiana che nasce il mio desiderio di fermare alcuni di questi attimi

7. Nel 2024 hai trascorso sei mesi alla Bauhaus University in Germania. Che tipo di confronto hai avuto con quel contesto e in che modo ha trasformato la tua pratica artistica?

Sono stati sei mesi in cui ho capito davvero cosa significhi vivere in un luogo che lascia spazio reale agli artisti. Per la prima volta ho avuto la sensazione concreta di vivere l’esperienza dell’essere artista, condividendo atelier enormi e pieni di energia con altri creativi. Per una cittadina così piccola era sorprendente vedere spazi così grandi dedicati alla produzione artistica. In quel contesto ho percepito molto chiaramente l’idea di dare dignità a chi vuole crescere come artista. Si respira una dimensione comunitaria molto forte: una rete di persone che lavorano, sperimentano e si confrontano continuamente. Non esistono davvero idee sbagliate, al massimo idee che non si allineano con un determinato contesto, ma il confronto rimane sempre aperto.

È stata una delle esperienze più belle della mia vita, sia per le persone che ho incontrato sia per le possibilità che ho avuto. Alla fine del percorso ogni artista ha avuto uno spazio espositivo molto dignitoso per presentare il proprio lavoro, e la cosa che mi ha colpita di più è stata vedere che era possibile vendere opere rimanendo fedeli al proprio linguaggio, senza dover necessariamente scendere a compromessi. Non è qualcosa che in Italia succede così spesso.

Naturalmente non è stato tutto idilliaco. Il contesto aveva anche una dimensione un po’ chiusa: la vita locale era molto legata alla lingua tedesca e, se non la parlavi, era più difficile entrare davvero nelle dinamiche quotidiane della città. Non era una forma di discriminazione, piuttosto una forte identità culturale che rendeva il contatto iniziale meno spontaneo.

Nonostante questo, ho cercato di sfruttare ogni possibilità. Ho avuto l’occasione di lavorare in un ambiente ricco di storia, varietà e stimoli, e questo ha accompagnato molto anche la mia crescita personale. La mia pratica artistica ne è uscita più consapevole: ho avuto modo di confrontarmi con altri sguardi, di mettere alla prova il mio lavoro e di capire meglio come può muoversi fuori dal contesto italiano.

8. La tua ricerca accosta la dimensione artistica a quella terapeutica. Come dialogano pittura e arteterapia nella tua esperienza professionale?

Pittura e arteterapia hanno dialogato nella mia vita molto prima sul piano personale che su quello professionale. La me artista si è scoperta tale sperimentando e crescendo come persona attraverso ciò che la pittura insegna: la pazienza, l’accettazione del fatto che ciò che realizziamo non sarà mai identico a ciò che avevamo immaginato, la capacità di trovare soluzioni, ma anche il confronto con l’imprevedibilità e con le proprie emozioni. Dipingere può essere anche molto frustrante, e imparare a restare dentro quel processo è una grande lezione. Durante l’adolescenza e la prima età adulta la pittura è stata, in un certo senso, un salvavita. È stato uno spazio in cui potevo esprimere, elaborare e capire meglio me stessa. Oggi è proprio questo che cerco di condividere con i bambini, le famiglie e i ragazzi con cui lavoro. Vivendo in prima persona il potere dell’espressione artistica ho capito che volevo trovare un modo per mettere questa esperienza al servizio degli altri. Da qui è nato il percorso nell’arteterapia, che mi ha portata anche a interrogarmi più profondamente su che tipo di artista volessi essere. Oggi sento che queste due dimensioni sono inseparabili: la mia pratica artistica nutre il mio lavoro di arteterapeuta e, allo stesso tempo, l’ascolto e la sensibilità che sviluppano i percorsi di arteterapia influenzano profondamente il mio sguardo come artista.

9. Nella tua tesi hai analizzato il rapporto tra arte e società nell’era post-tecnologica. Oggi, secondo te, quale responsabilità dovrebbe assumersi un artista all’interno della società contemporanea?

Credo che oggi la responsabilità di un artista sia quella di usare il proprio talento non solo per affermare se stesso, ma anche in funzione degli altri. L’arte ha sempre avuto un ruolo sociale importante e non dovrebbe ridursi soltanto a una questione di status o di mercato. Viviamo in un’epoca molto orientata al branding e alla costruzione di un’immagine riconoscibile, ma penso che per un artista la sfida più grande sia restare autentico. Più che inseguire continuamente la forma più originale o adattarsi alle aspettative del mercato, credo sia fondamentale sviluppare un linguaggio personale, che nasca da un ascolto profondo di sé. La rarità di essere artista, in fondo, non sta nell’avere tra le mani un branding facile, ma nella capacità di parlare al mondo con una pluralità di linguaggi. Se questi linguaggi riescono a rimanere accessibili e sinceri, possono davvero entrare in relazione con le persone e contribuire a cambiare il modo in cui guardiamo la realtà.

In un momento storico come questo, credo che la cosa più urgente non sia essere perfettamente allineati al sistema dell’arte, ma riuscire a restare autentici.

 10. Lavori anche con bambini e adolescenti attraverso l’arteterapia. Cosa ti insegnano i più giovani sul potere dell’arte e sulla libertà espressiva?

 Lavorare con bambini e adolescenti mi ha insegnato prima di tutto che i più giovani riflettono molto il contesto adulto che li circonda. All’inizio di questo lavoro immaginavo — forse anche un po’ influenzata da una certa narrazione romantica sull’infanzia — che tutti i bambini avessero una creatività spontanea, libera e sorprendente. In parte è vero, ma la realtà è più complessa.

Molto spesso mi trovo invece a lavorare prima di tutto sulla paura della performance. Il foglio bianco può intimidire un bambino quasi quanto un artista adulto. C’è una grande attenzione al risultato, al “fare bene”, al timore di sbagliare. Per questo una parte importante del mio lavoro consiste nel destrutturare questa paura e nel creare uno spazio in cui il gesto creativo possa tornare a essere libero dal giudizio. Naturalmente esistono anche bambini che sono ancora molto connessi alla propria spontaneità e che riescono a sorprendere per la libertà con cui si esprimono. Ma l’esperienza mi ha insegnato che questa libertà non può essere data per scontata: va protetta e coltivata.

Se devo dire cosa mi hanno insegnato davvero, è che i bambini sono una delle ricchezze più grandi che abbiamo. Allo stesso tempo mi ricordano continuamente quanto sia importante, per noi adulti, fare attenzione alle aspettative che proiettiamo su di loro.

 

La ricerca di questa giovane artista si muove in uno spazio sottile, sospeso tra esperienza personale e dimensione collettiva, tra gesto e osservazione, tra tempo vissuto e tempo trattenuto. Le sue opere non raccontano semplicemente la città, ma ne restituiscono il ritmo interiore, fatto di attese, attraversamenti e presenze che si sfiorano senza mai fermarsi davvero.
Nel suo lavoro, ciò che solitamente scivola ai margini dello sguardo — un passaggio, un’attesa, un gesto minimo — diventa centro narrativo. È proprio in questa capacità di fermare l’impercettibile che la sua pittura acquista forza: non impone una visione, ma invita chi osserva a rallentare, a sostare, a riconoscersi.
Le colature, i segni rapidi, le immagini sospese non sono soltanto elementi formali, ma strumenti attraverso cui l’artista costruisce una riflessione più ampia sul presente: un tempo instabile, in continuo mutamento, che sfugge mentre accade.
In un’epoca dominata dalla velocità e dalla sovrapproduzione di immagini, il suo lavoro si distingue per una qualità rara: la capacità di restituire valore all’attenzione. E forse è proprio qui che risiede la sua forza più autentica — nel ricordarci che, anche nei luoghi più anonimi e nei momenti più ordinari, esiste una profondità che merita di essere guardata.

 

 

 

La Redazione

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