Mariangela Bognolo – La responsabilità dello sguardo
Critica, memoria e mediazione nel tempo dell'immagine veloce
In un presente dominato dalla rapidità delle immagini, dalla comunicazione istantanea e da giudizi che spesso precedono la conoscenza, interrogarsi sul ruolo della critica d'arte significa interrogarsi, prima di tutto, sulla qualità del nostro sguardo.
È proprio da questa necessità che prende forma il pensiero di Mariangela Bognolo, storica e critica d'arte che riconosce nella conoscenza, nella memoria e nella capacità di mediazione alcuni dei fondamenti imprescindibili per comprendere la complessità dell'arte contemporanea.
Nelle sue parole emerge una concezione della critica lontana dall'idea del verdetto e dell'affermazione individuale. Il critico non è colui che si sostituisce all'opera, né colui che pretende di determinarne definitivamente il significato. È, piuttosto, una presenza capace di accompagnare: costruisce connessioni, restituisce contesti, mette in relazione passato e presente e offre al pubblico gli strumenti necessari per attraversare linguaggi che possono essere complessi, stratificati, talvolta difficili da decifrare.
Al centro della riflessione di Bognolo vi è una convinzione fondamentale: l'opera deve rimanere protagonista.
È una posizione particolarmente significativa nel sistema dell'arte contemporanea, nel quale la sovraesposizione delle immagini, la velocità dei social media e la moltiplicazione delle narrazioni rischiano talvolta di spostare l'attenzione dall'opera alla sua comunicazione. Di fronte a questa trasformazione, la critica recupera una funzione essenziale: creare uno spazio di approfondimento nel quale tornare a osservare, studiare, interrogare.
Per Mariangela Bognolo, tuttavia, non può esistere una vera lettura della contemporaneità senza memoria. La storia dell'arte non è un territorio immobile da custodire a distanza, ma uno strumento vivo attraverso il quale riconoscere continuità, fratture e trasformazioni. Il presente artistico diventa così parte di una storia più ampia, mentre la figura del critico assume anche il ruolo di custode di quella memoria culturale necessaria a comprendere ciò che accade oggi.
Da qui deriva anche il valore attribuito alla formazione. Storia dell'arte, filosofia, letteratura, psicologia e discipline umanistiche concorrono alla costruzione di uno sguardo critico capace di andare oltre la superficie dell'immagine. Perché comprendere un'opera significa avvicinarsi alla sua forma, ma anche alle ragioni che l'hanno generata, al tempo nel quale nasce e alla dimensione umana che porta con sé.
E proprio l'elemento umano attraversa profondamente questa intervista.
Accanto al rigore della storica dell'arte emerge infatti la sensibilità di chi, dopo anni trascorsi a contatto con artisti e opere, continua a riconoscere nell'emozione il primo momento dell'incontro con l'arte. Prima dell'analisi, prima della contestualizzazione, prima delle categorie interpretative, esiste ancora quello spazio imprevedibile nel quale un'opera riesce a raggiungere chi la osserva.
È forse in questo equilibrio tra emozione e conoscenza, memoria e contemporaneità, rigore e ascolto che si definisce con maggiore chiarezza il pensiero di Mariangela Bognolo.
La sua riflessione assume particolare valore oggi, quando la critica è chiamata a ridefinire il proprio spazio senza rinunciare alla propria profondità. Se l'immagine contemporanea corre velocemente, la critica può scegliere di fermarsi. Non per restare indietro, ma per osservare meglio. Per restituire tempo all'opera, complessità al pensiero e consapevolezza allo sguardo.
In questa prospettiva, scrivere d'arte diventa molto più di un esercizio professionale: diventa una responsabilità intellettuale e culturale. Le parole contribuiscono infatti a determinare il modo in cui un'opera viene incontrata, interpretata e consegnata alla memoria.
L'intervista che segue attraversa proprio questi territori: il rapporto tra artista e critico, la responsabilità della scrittura, la necessità della formazione, l'eredità dei grandi maestri, le urgenze dell'arte contemporanea e quella capacità, ancora intatta, dell'opera di sorprenderci.
Ne emerge il ritratto di una studiosa per la quale occuparsi d'arte significa continuare a conoscere, interrogare e ascoltare. E soprattutto ricordare che, al centro di ogni discorso critico, prima delle parole, deve esserci sempre lei: l'opera.
1. Se dovessi definire il ruolo del critico d'arte oggi, ti consideri più un'interprete, una mediatrice o una custode della memoria?
Nel panorama contemporaneo, il critico d'arte svolge innanzitutto una funzione di mediazione culturale tra l'artista e il pubblico. Il suo compito non si esaurisce nell'interpretazione dell'opera ma consiste nel fornire gli strumenti teorici e storici necessari per comprenderne il linguaggio, il contesto e il significato intrinseco. In questo senso, il critico contribuisce a rendere l'opera un luogo di dialogo, favorendo un incontro consapevole tra la ricerca artistica e l’osservatore. Considero, altresì, fondamentale la dimensione della memoria. Mi riconosco nell'idea del critico come custode della memoria storica poiché ogni riflessione sul presente presuppone una conoscenza rigorosa del passato. La storia dell'arte non rappresenta soltanto un patrimonio da preservare ma un imprescindibile strumento attraverso cui leggere le pratiche artistiche contemporanee, individuandone la continuità, la discontinuità e i processi di trasformazione. Solo attraverso questa consapevolezza il critico può esercitare pienamente il proprio ruolo di mediatore culturale, costruendo un dialogo tra tradizione e contemporaneità e offrendo al pubblico una chiave di lettura capace di collocare l'opera all'interno di una più ampia prospettiva storica e critica.
2. C'è, stato un incontro con un'opera o con un artista che ha cambiato profondamente il tuo modo di guardare e comprendere l'arte?
Non credo esista un'unica opera o vi sia stato l’incontro con un determinato artista che abbia cambiato radicalmente il mio modo di vedere l'arte. Considero la mia formazione come il risultato di un processo continuo, costruito attraverso l'incontro con gli artisti e le loro opere d’arte. Ogni artista conosciuto nel corso degli anni ha contribuito ad ampliare il mio orizzonte interpretativo, offrendo nuove prospettive e nuovi strumenti di lettura. L'arte, per sua natura, è un campo in costante trasformazione e richiede a chi la studia di mantenere uno sguardo aperto e disponibile al confronto. Per questo motivo ritengo che il mio modo di guardare e interpretare le opere non sia la conseguenza di un singolo episodio ma di un percorso fatto di esperienze, dialoghi e approfondimenti che hanno progressivamente arricchito il mio bagaglio culturale e critico. Credo che la crescita di uno storico e critico d'arte coincida proprio con la capacità di conoscere gli artisti e le loro opere che mutano con il passare del tempo.
3. Viviamo in un tempo di immagini veloci e giudizi immediati. Pensi che ci sia ancora spazio per una critica d'arte profonda e riflessiva?
Assolutamente sì. Oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di una critica d'arte profonda, rigorosa e riflessiva. Viviamo in un tempo dominato dalla rapidità della comunicazione e dalla continua produzione di contenuti, un contesto che rischia di favorire letture superficiali anche dell'arte. In questa accelerazione, la critica sembra talvolta perdere parte della propria autorevolezza, non perché abbia esaurito la sua funzione ma perché spesso viene esercitata senza il necessario approfondimento metodologico e storico. Fare critica significa assumersi la responsabilità di comprendere l'opera nella sua complessità, entrando nelle sue dimensioni concettuali, storiche ed estetiche, senza fermarsi a un giudizio immediato o descrittivo. Ciò richiede competenze, strumenti interpretativi e una conoscenza approfondita della storia dell'arte, indispensabili per costruirne, di conseguenza, una lettura consapevole. La critica non dovrebbe limitarsi a spiegare un'opera ma interrogarla, metterla in relazione con il contesto culturale e con la tradizione da cui nasce, offrendo al pubblico chiavi di lettura che vadano oltre la superficie materica. Solo in questo modo può continuare a svolgere il suo ruolo fondamentale di mediazione culturale, contribuendo non solo alla comprensione dell'arte contemporanea ma alla formazione di uno sguardo critico e consapevole.
4. Quali qualità dovrebbe possedere, secondo te, un critico d'arte per raccontare un'opera senza sovrapporsi ad essa?
Credo che la qualità più importante di un critico d'arte sia la capacità di raccontare l'opera senza sovrapporre la propria voce a quella dell'artista. Il suo compito non è quello di imporsi come protagonista dell'interpretazione ma di creare quelle condizioni nelle quali il pubblico possa avvicinarsi all'opera con maggiore consapevolezza. Per questo motivo ritengo fondamentale la capacità di comunicare con chiarezza. La profondità del pensiero non coincide necessariamente con la complessità del linguaggio: salvo i contesti accademici, nei quali è opportuno ricorrere a una terminologia specifica, il critico dovrebbe saper esprimere concetti complessi con un linguaggio accessibile, capace di dialogare con un pubblico eterogeneo, indipendentemente dall'età o dal livello di preparazione. Rendere comprensibile non significa semplificare eccessivamente ma tradurre la complessità affinché tutti ne abbiano consapevolezza. A questa capacità comunicativa si affianca quella che la tradizione classica definisce ars oratoria: l'abilità di costruire un discorso chiaro, coinvolgente e rigoroso. Tuttavia, l'efficacia del racconto dipende soprattutto dalla solidità della formazione del critico. La storia dell'arte rappresenta il fondamento del suo lavoro ma non è sufficiente da sola: filosofia, letteratura, psicologia e altre discipline umanistiche offrono strumenti indispensabili per cogliere la complessità dell'opera e del suo contesto culturale. Solo attraverso una preparazione ampia e interdisciplinare il critico può entrare realmente in dialogo con l'opera, interpretarla e accompagnare il pubblico nella sua comprensione. L'opera deve rimanere la vera protagonista; il critico, con discrezione e competenza, ha il compito di renderla tale mettendone in risalto il suo significato e non oscurandola.
5. Le parole di un critico possono cambiare il destino di un artista?
Credo che le parole di un critico possano, in alcuni casi, influenzare il destino di un artista, sia in senso positivo sia in senso negativo. La critica ha storicamente contribuito a orientare il dibattito culturale, a legittimare percorsi artistici e, talvolta, a determinarne la fortuna o l'oblio. Per questo motivo è una responsabilità che richiede competenza, rigore e consapevolezza. Allo stesso tempo, però, ritengo che il valore di un'opera non possa dipendere esclusivamente dallo sguardo del critico. Quando un'opera possiede una reale capacità di dialogare con il pubblico, di suscitare domande, emozioni o riflessioni, essa continua a vivere anche al di là del giudizio critico stesso. È importante ricordare, inoltre, che il critico, pur fondando le proprie analisi su strumenti metodologici e su una solida preparazione storico-artistica, esprime sempre un'interpretazione. La critica aspira all'obiettività del metodo ma non può eliminare del tutto la componente soggettiva. Proprio per questo il suo compito non dovrebbe essere quello di pronunciare verdetti definitivi, bensì di offrire chiavi di lettura permettendo un dialogo tra l'opera, l'artista e il pubblico.
6. Quanto senti la responsabilità della scrittura critica nel panorama contemporaneo?
Sento profondamente la responsabilità della scrittura critica nel panorama contemporaneo. Scrivere di arte significa assumersi il compito di interpretare, contestualizzare e restituire, al pubblico, strumenti atti a comprenderne l’opera. È una responsabilità culturale prima ancora che professionale perché le parole non sono mai neutre: contribuiscono a costruire il modo in cui un'opera viene letta, ricordata e inserita nel dibattito artistico. Ho l'impressione che oggi la scrittura critica abbia perso parte della centralità che ha avuto in passato. Se un tempo il testo critico rappresentava un riferimento imprescindibile nel confronto sull'arte contemporanea, oggi rischia talvolta di rimanere confinato alle pagine di un catalogo o di essere oscurato dalla rapidità della comunicazione digitale e dalla prevalenza di contenuti immediati. Credo, invece, che vi sia ancora un profondo bisogno di una scrittura critica capace di coniugare rigore e chiarezza espositiva. Quando è fondata su uno studio serio e su un'autentica capacità interpretativa, la critica non si limita a descrivere un'opera ma offre al pubblico una chiave di lettura del processo creativo contemporaneo. Per questo continuo a considerare la scrittura critica non come un esercizio accessorio ma come una forma di responsabilità intellettuale e un imprescindibile strumento di mediazione tra l'opera, l'artista e la società.
7. Come è cambiato, nel corso degli anni, il rapporto tra artista e critico? Esiste ancora quel dialogo capace di generare una crescita reciproca?
Il rapporto tra artista e critico è profondamente cambiato nel corso degli anni. Se in passato questa relazione costituiva un dialogo quasi imprescindibile, oggi appare spesso più frammentata e, in alcuni casi, persino marginalizzata. Sempre più frequentemente gli artisti scelgono di rinunciare al testo critico o alla presentazione della mostra da parte di un critico, ritenendo che l'opera possa parlare autonomamente o che altri strumenti di comunicazione siano sufficienti. Pur comprendendo questa esigenza, continuo a credere che il rapporto tra artista e critico rappresenti una forma di collaborazione intellettuale di grande valore. Non si tratta di una relazione situata su piani diversi ma di un dialogo nel quale ciascuno svolge un ruolo specifico. L'artista crea l'opera e ne genera il linguaggio; il critico ha invece il compito di contestualizzarla, interpretarla e costruire un ponte tra la ricerca artistica e il pubblico. È vero che un'opera può possedere una forza espressiva tale da dialogare direttamente con chi la osserva. Tuttavia, esistono ricerche artistiche di particolare complessità che necessitano di strumenti interpretativi per essere pienamente comprese. In questi casi, una comunicazione critica rigorosa può evitare che lavori di grande valore rimangano in secondo piano o vengano letti in modo superficiale. Al tempo stesso, è fondamentale che il critico non perda mai di vista il proprio ruolo. Quando la sua figura diventa più visibile dell'opera stessa, si rompe quell'equilibrio indispensabile alla mediazione culturale. Il protagonista deve rimanere sempre il lavoro dell'artista; il critico non dovrebbe mai oscurarlo ma accompagnarlo con discrezione, competenza e senso di responsabilità. Credo che oggi sia necessario recuperare proprio questo equilibrio. Artista e critico non dovrebbero essere percepiti come figure in competizione bensì come interlocutori che, attraverso il confronto, contribuiscono insieme alla crescita della riflessione sull'arte contemporanea. Solo ristabilendo questo dialogo sarà possibile costruire una relazione realmente feconda, capace di arricchire non solo entrambi ma anche il pubblico che si avvicina all'opera d’arte.
8. Da storica dell'arte, quali temi e quali urgenze del nostro tempo vedi emergere con maggiore forza nell'arte contemporanea?
Da storica dell'arte, ritengo che l'arte contemporanea affronti oggi una molteplicità di temi tali da rendere difficile l’individuazione di un'unica tematica dominante. Viviamo in un'epoca caratterizzata da una straordinaria pluralità di linguaggi, sensibilità e prospettive e questo si riflette inevitabilmente nella produzione artistica. Talvolta, tuttavia, si ha la percezione che alcuni temi vengano riproposti con una certa ricorrenza, fino a rischiare di perdere parte della loro forza comunicativa. Se dovessi individuare un elemento che emerge con particolare intensità, indicherei la sofferenza. È un tema che ho riscontrato frequentemente nelle mostre degli ultimi anni e che molti artisti affrontano con grande sincerità, senza timore di mostrarne gli aspetti più fragili e profondi. Non si tratta soltanto di una sofferenza individuale ma spesso di una condizione collettiva che attraversa la nostra società: il senso di precarietà, l'isolamento, le crisi identitarie, le ferite lasciate dai conflitti e dalle trasformazioni sociali. Credo che questa ricorrenza non sia casuale. L'arte, da sempre, è uno specchio del proprio tempo e intercetta le tensioni che attraversano la società. La centralità della sofferenza nelle ricerche contemporanee rivela, a mio avviso, un bisogno diffuso di comprendere la complessità del presente e, al tempo stesso, il desiderio di immaginare nuove possibilità di cambiamento. In questo senso, l'arte non si limita a rappresentare il dolore ma lo trasforma in uno spazio di riflessione, di dialogo e, talvolta, di speranza.
9. Ci sono artisti o movimenti del passato che ritieni ancora fondamentali per comprendere il presente? E perché?
I grandi maestri del passato rappresentano ancora oggi un riferimento imprescindibile per comprendere il presente artistico. La storia dell'arte procede attraverso un continuo dialogo tra memoria e innovazione: è proprio il confronto con ciò che è stato che permette agli artisti contemporanei di elaborare nuovi linguaggi e nuove forme espressive. In particolare, il Novecento ha rappresentato un momento di straordinaria trasformazione, nel quale lo studio della tradizione e il suo progressivo superamento hanno dato origine a una vera e propria rivoluzione del pensiero artistico. Le avanguardie storiche e i movimenti che si sono susseguiti hanno messo in discussione i concetti tradizionali di opera, rappresentazione e ruolo dell'artista, aprendo la strada alla sperimentazione artistica e linguistica che ancora oggi caratterizza la contemporaneità. A questo processo di rinnovamento hanno contribuito non solo le ricerche artistiche ma anche gli sviluppi del pensiero filosofico e degli studi psicologici del Novecento. La filosofia contemporanea e le nuove teorie sulla percezione, sull'inconscio e sulla dimensione interiore dell'essere umano hanno offerto strumenti fondamentali per comprendere l'opera d'arte andando oltre la dimensione formale e aprendosi ai significati simbolici, culturali e individuali che essa racchiude. I movimenti del Novecento hanno, così, avuto il merito di rompere con gli schemi consolidati non per cancellare il passato ma per rileggerlo e trasformarlo. Hanno ampliato il concetto stesso di arte, permettendo di coglierne una dimensione più complessa. Per questo ritengo che lo studio dei grandi maestri e delle esperienze artistiche del passato sia ancora oggi fondamentale: senza una solida consapevolezza storica, filosofica e culturale non è possibile conoscere pienamente la contemporaneità né interpretare le evoluzioni dell’arte.
10. Quando ti trovi davanti a un'opera, cosa cerchi prima di tutto: la qualità tecnica, la ricerca concettuale, l'emozione o la capacità di interrogare il nostro tempo?
Quando mi trovo davanti a un'opera d'arte, il primo elemento che cerco di cogliere è la sua capacità di generare un'emozione. Prima ancora dell'analisi razionale, vi è un incontro immediato e intuitivo: un'opera possiede la capacità di parlare anche al nostro inconscio, di evocare sensazioni, domande e riflessioni che spesso precedono la comprensione oggettiva. Solo in un secondo momento interviene l'analisi critica, attraverso lo studio della ricerca concettuale, della tecnica, del linguaggio e del contesto in cui l'opera nasce. Credo infatti che la conoscenza approfondita di un'opera non possa prescindere né dalla dimensione emotiva né da quella analitica: entrambe sono necessarie per arrivare a una lettura completa e consapevole del suo significato. Fondamentale, in questo processo, è anche il confronto con l'artista, quando possibile. La sua storia personale, il suo percorso, le esperienze vissute e le motivazioni che lo hanno condotto a determinate scelte confluiscono inevitabilmente nell'opera e contribuiscono a rivelarne ulteriori livelli di interpretazione. Alla fine, è proprio dall'unione tra emozione, ricerca e conoscenza che nasce una comprensione più profonda dell'opera: non soltanto ciò che essa rappresenta formalmente, ma il motivo per cui l'artista ha scelto di darle quella particolare forma e un determinato linguaggio.
11. Dopo una vita dedicata all'arte, cosa continua ancora oggi a sorprenderti e a farti battere il cuore davanti a un'opera?
Dopo una vita dedicata all'arte, ciò che continua ancora oggi a sorprendermi è la capacità di ogni opera di generare un incontro unico e irripetibile. Ogni opera conserva la possibilità di emozionarmi, di interrogarmi e, talvolta, di suscitare una commozione così profonda da tradursi anche in una lacrima perché certe esperienze estetiche appartengono a una dimensione difficile da tradurre completamente in parole. Credo che il mistero celato in un’opera d'arte sia la sua capacità di custodire una parte della vita di chi l'ha creata. In essa confluiscono la sensibilità dell'artista, il suo mondo interiore, le sue esperienze, le sue gioie, le sue sofferenze e le sue fragilità. Quando ci poniamo davanti a un'opera entriamo quindi in relazione con una dimensione profondamente umana, con la storia e l'anima di una persona che ha scelto di condividere con noi una parte di sé. Per questo ritengo che ogni opera meriti rispetto e ascolto. L'artista, attraverso la propria creazione, compie un atto di generosità: ci offre qualcosa che va oltre la dimensione materiale, un'esperienza capace di arricchire il nostro sguardo e la nostra percezione del mondo. È proprio questa capacità dell'arte di creare un dialogo attraverso il tempo e lo spazio, ciò che ancora oggi continua a farmi battere il cuore davanti a un'opera.
A cura di Maria Di Stasio
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