Francesca Rota. La materia del mito, la forma della metamorfosi

Pubblicato il 22 settembre 2026 alle ore 10:04

Esistono ricerche artistiche nelle quali il mito viene recuperato come repertorio iconografico e altre nelle quali esso sembra appartenere, prima ancora che all'opera, alla biografia interiore dell'artista. La ricerca di Francesca Rota appartiene a questa seconda dimensione. Nelle sue sculture, nelle incisioni e nelle esperienze plastiche e partecipative, il mito non viene semplicemente rappresentato: viene attraversato, interrogato e riportato nel presente come una materia ancora capace di trasformarsi.

Al centro di questo universo si trova la sirena. Una presenza antica, stratificata, mutevole, che accompagna l'artista fin dall'infanzia e che progressivamente si allontana dall'immagine più convenzionale della creatura marina per recuperare la complessità dell'archetipo originario. La sirena di Rota non è una figura immobile consegnata alla leggenda: è corpo di passaggio, creatura metamorfica, punto di congiunzione tra mondi differenti. Terra e acqua, umano e animale, memoria e presente, seduzione e forza, appartenenza e libertà convivono nella stessa forma.

È proprio nella metamorfosi che si può individuare una delle chiavi più profonde della sua ricerca. Trasformarsi, per Rota, non significa perdere la propria identità, ma attraversarla. La mutazione diviene possibilità di resistenza e, insieme, conquista di libertà. Come le sirene che nei secoli hanno cambiato corpo, attributi e significati attraversando culture differenti, così l'essere umano costruisce continuamente se stesso attraverso ciò che perde, ciò che conserva e ciò che diventa.

Questa concezione trova nella terracotta un materiale particolarmente significativo. Argilla, acqua e fuoco non sono soltanto elementi tecnici del processo scultoreo, ma partecipano concettualmente alla nascita dell'opera. La terra viene modellata quando è ancora duttile, l'acqua progressivamente scompare, il fuoco interviene infine a fissare una forma che porta tuttavia con sé la memoria della propria trasformazione. Rota descrive il modellare quasi come l'atto di liberare una figura già custodita all'interno della materia: la mano non impone semplicemente una forma, ma sembra cercarla, riconoscerla, accompagnarla verso la superficie.

Ne deriva una pratica nella quale permane qualcosa di arcaico. Non nel senso di un ritorno nostalgico al passato, ma nella necessità di recuperare un rapporto fisico, lento e quasi rituale con il fare. La tecnica antica diviene così struttura attraverso cui formulare interrogativi contemporanei. La superficie può restare ruvida, la materia può conservare la traccia del gesto, l'imperfezione può diventare memoria del processo: ciò che interessa all'artista non è la riproduzione decorativa, ma la possibilità di restituire alla materia una presenza.

All'interno di questa ricerca Napoli assume un ruolo determinante. Non appare semplicemente come luogo geografico o scenario biografico, ma come una vera matrice immaginativa. È Parthenope: città-corpo, città-madre, città-sirena. Francesca Rota ne assorbe le contraddizioni, la stratificazione, il rapporto continuo tra bellezza e ferita, sacro e quotidiano, luce e ombra. La sua esperienza della periferia nord, l'incontro con il GRIDAS e con l'opera di Felice Pignataro, i carnevali di strada, il centro antico e la sua densità visiva e umana contribuiscono a costruire una concezione dell'arte che non può essere separata dall'esperienza collettiva.

Per questo, accanto alla dimensione intima della scultura, nella sua pratica emerge una seconda tensione: portare l'opera nello spazio condiviso. Le grandi strutture in cartapesta realizzate per i carnevali sociali non sono soltanto variazioni dimensionali del lavoro plastico. Modificano radicalmente la relazione tra artista, opera e pubblico. La costruzione diviene impresa collettiva; l'oggetto viene attraversato, trasportato, indossato, animato dalle persone. L'autorialità individuale lascia spazio a un processo nel quale l'arte acquista significato attraverso la comunità.

È un elemento essenziale per comprendere il lavoro di Rota: il racconto non termina nell'oggetto. L'opera è piuttosto un innesco. Può generare curiosità, riconoscimento, partecipazione, desiderio di conoscere una storia dimenticata. Da qui nasce anche il dialogo tra linguaggi differenti. Nella linoleografia la narrazione si concentra nel segno, recuperando una sintesi visiva che guarda tanto all'illustrazione quanto a registri iconografici antichi; nella cartapesta il racconto conquista la dimensione pubblica e performativa; nella terracotta ritorna invece alla prossimità della mano e alla relazione originaria con la materia.

A tenere insieme queste esperienze è il bisogno di narrare.

Il mito, nella ricerca di Francesca Rota, sopravvive infatti proprio perché può essere nuovamente raccontato. Non è un reperto da conservare intatto, ma un organismo culturale capace di cambiare insieme alle comunità che lo tramandano. Parthenope ne rappresenta forse l'esempio più evidente: una figura continuamente riscritta e reinterpretata che, pur provenendo da un tempo remoto, continua a interrogare il presente e il rapporto di una comunità con le proprie origini.

La sirena diviene allora qualcosa di più di un'immagine ricorrente. È un metodo attraverso cui pensare l'identità. È ciò che permette all'artista di mettere in comunicazione la propria esperienza personale con una memoria più ampia, quasi collettiva. La vicenda individuale incontra il patrimonio simbolico mediterraneo e, attraverso l'opera, torna nuovamente alla comunità.

È significativo che Rota scelga oggi di non allontanarsi da quella figura che per molto tempo aveva tentato di contenere o nascondere. Recuperare la sirena significa anche riconoscere la continuità profonda della propria ricerca: comprendere che alcune immagini non ritornano perché appartengono a un repertorio formale, ma perché costituiscono una parte della nostra struttura interiore.

In questa prospettiva, la partecipazione a Sirenuse assume una particolare coerenza. Francesca Rota incontra nel progetto non semplicemente un tema espositivo, ma un territorio che appartiene da sempre al proprio immaginario. La sirena, il Mediterraneo, Napoli, la metamorfosi, la memoria e la materia convergono in una ricerca nella quale l'antico non viene celebrato come qualcosa di concluso, ma continuamente rimesso in movimento.

Ed è forse proprio qui che risiede uno degli aspetti più interessanti del suo lavoro: nella capacità di lasciare il mito aperto.

Perché ogni volta che una forma emerge dalla terra, ogni volta che una storia antica viene pronunciata da una voce nuova, qualcosa cambia. Il passato torna a interrogarci, la materia conserva la memoria del gesto e la sirena continua il proprio viaggio attraverso il tempo.

Non più soltanto creatura da contemplare, ma presenza che ci ricorda che ogni identità, per restare viva, deve poter continuare a trasformarsi.

1. La terracotta occupa un ruolo centrale nella Sua ricerca artistica. Cosarappresenta per Lei questo materiale e quali possibilità espressive Le offre rispettoad altri linguaggi della scultura contemporanea?

La terracotta è all’origine argilla, ovvero terra e acqua: un materiale estremamenteduttile e vivo. Ho imparato a lavorarla da adolescente nel laboratorio di ceramicadi mia madre; lì ho iniziato a modellare, prima di approfondire le tecniche scultoreeal Liceo Artistico di Napoli.Modellare l’argilla è sempre stato per me uno scoprire la forma racchiusaall’interno della materia: dare forma alla terra, lasciare che il mio immaginarioemerga e si riveli. Talvolta ho la sensazione che la forma sia già lì sotto, comechiusa in uno scrigno, e che io non faccia altro che portarla alla luce. Èun’esperienza ancestrale, un’epifania che unisce terra e acqua per realizzarequalcosa di vivo. C’è qualcosa di profondamente reale in questa sensazione:l’opera è già lì e il gesto non fa altro che "liberarla", quasi come se l’artista fossel’esecutore di un pensiero artistico collettivo che aleggia tra le coscienze.Modellare l’argilla è ciò che mi viene più semplice e naturale, come se non ci fosseun vero confine tra la mia mente, le mie mani e il materiale che ho davanti. Poi ipezzi iniziano la loro vita: l’acqua si asciuga, la terra si compatta e il fuoco li fermanel tempo. Eppure, conservano sempre quella sensazione di "vivo", antichi anchese appena nati.

2. Nelle Sue opere convivono terra, fuoco e mare, elementi profondamente legatialla cultura mediterranea e alla città di Napoli. In che modo il territorio in cui vive influenza la Sua produzione artistica?

Napoli — o meglio, Parthenope — è stata ed è ancora oggi tutto per la mia crescitaumana, lavorativa e artistica. Non credo che sarei stata la stessa persona se fossinata in un altro posto del mondo.Sono nata e cresciuta nella periferia nord della città: una Napoli diversa, lontanadal mare, lontana da molte cose, ma anche quel racconto mi è servito per capirequesta terra. Vivevo in campagna, in un’antica masseria piena di ricordi di vitepassate, tanta natura e tanto tempo da dedicare alla contemplazione; fuori lemura, a pochi chilometri dalla terra dei ciliegi, c’era la vera e brutale periferia:enormi strade, quartieri dormitorio, la discarica. Mia madre lavorava a Scampiacome maestra; seguendola ho incontrato il GRIDAS e l’opera del maestro FelicePignataro, il carnevale di strada, i grandi carri di cartapesta che coloravano il grigioe il vuoto degli stradoni. Compiendo una rivoluzione artistica a suon di pennelli etamburi, la bellezza lottava contro il degrado urbano e sociale, contro l’ingiustizia:l’arte divenne per me uno strumento di rivolta, l’utopia che mi faceva accettare larealtà, che mi diceva che ciò che riuscivo a immaginare potevo realizzarlo, che“insieme” potevamo cambiare tutto.Contemporaneamente, il resto della mia famiglia viveva nel centro antico, traPiazza Mercato e Montesanto — negli anni Novanta anche quelle erano periferie.Fu subito amore. Appena ho potuto, e ancor prima di potermelo permettere, hoscelto di vivere nel centro antico: quel brulicante guazzabuglio mi chiamavaferocemente, risuonandomi nella pancia come fossi una grancassa. "Dovevo" stare
lì, non volevo essere in nessun altro posto. La magia di questo luogo mi hacresciuta letteralmente: la danza perpetua tra luce e ombra, l’assurdo eppureesistente, il bilico costante. Tutto questo è penetrato nella mia anima e mi ha fatto“esistere”, scegliendo l’autenticità come modo di stare al mondo prima ancora chedi fare arte.Le contraddizioni mi hanno insegnato l’ironia, filtro indispensabile di una visioneartistica. Le risate con le lacrime e le urla simili a canti mi hanno allargato ipolmoni; ogni giorno riemergevo e mi inabissavo, portando con me tutto il miovissuto. La città mi ha salvato più volte, mi ha "annacquata" e "cociuta" più volte,ma non si è mai celata, non mi ha mai ingannato.Penso che tutta la mia produzione artistica non sia altro che un tentativo didescrivere questa anima conturbante e contraddittoria, questa sirena irriverenteche è questa terra. Oggi mi mette alla prova, lavoro lontano dal suo cuore e la amoancor di più: per questo la faccio migrare, porto con me le sue storie, le sue visionie i suoi mille volti. Lei è Parthenope, la mia grande mamma che mi soffia nelcervello il suo canto e si rivela attraverso le mie mani. Siamo tutti suoi figli, schiavie amanti: a lei io devo tutto.

3. La figura della sirena attraversa la Sua ricerca come un vero e proprio archetipopersonale. Quando è nato questo legame e cosa rappresenta oggi per Lei questapresenza simbolica così ricorrente?

Da che ho memoria, ho avuto una fissazione costante per le sirene. Non saprei direcon certezza se ci sia stato un episodio scatenante: fin dai miei primi ricordi iodisegnavo sirene, parlavo di sirene, cercavo sirene. Prova ne sono i miei disegni e imiei scritti d'infanzia; tutto parla di questa ricerca.Ho alcuni ricordi vividi che posso collegare a questo tema. Una caduta in mareaperto, troppo in profondità per una bimba di 5 anni: ricordo l'assenza di ossigeno,il muro d'acqua sopra di me, la luce del sole al di là dei flutti e quel silenzioincantevole. E poi la Grotta del Bue Marino e il racconto di mia madre, che mi disseche di punto in bianco iniziai a gridare: "Le sirene, le sirene!".Uno in particolare fu la folgorazione. Con mio padre prendevamo spesso latangenziale per rientrare in città dal suo lavoro; quando ero bambina, sulla galleriasvettava la sirena in ferro di Riccardo Dalisi: accanto alla grotta, il ferro si piegavain curve dinamiche che rappresentavano onde e gabbiani in volo. Chiesi a papàperché c'era una sirena lì sopra e lui mi raccontò la storia della sirena Parthenopeche fondò la nostra città. Quella storia mi colpì tantissimo, mi sembrava potente eantica, mentre la sirena del mio immaginario di bambina era una figura fragile,impotente, che aveva barattato la sua natura per amore — qualcosa che davveronon capivo. La sirena di cui mi parlava mio padre mi convinceva molto di più: unacreatura vigorosa, antica e potente, tanto da fondare una città. Da allora fu laregola: papà, arrivato in quel punto, iniziava a raccontare la storia di Parthenope, ela storia cambiava ogni volta, la trama si infittiva e con essa la mia curiosità.La cercai ovunque. Per le strade del centro antico ce ne erano tante, a PiazzaSannazaro, sovente sugli obelischi, finanche la sua tomba... la città antica misembrava un labirinto dove cercarla incessantemente. Poi arrivarono i libri:dapprima lessi i miti greci, poi i miti e le leggende di tutto il mondo. Mi accorsiinfatti che la sirena era una figura presente in ogni territorio, spesso legata proprio
alla nascita delle città o delle stirpi reali. Andersen aveva davvero confuso le carte:dietro la sua pallida sirenetta si celava una creatura poderosa, che attraversava isecoli cambiando continuamente forma e surfando su ogni cultura.Ovviamente la mia ossessione divenne imbarazzante per chi mi circondava: nonfacevo altro che riprodurre sirene in ogni forma, fino a quando un professore d'artedelle medie mi sgridò terribilmente per questa cosa... Caddi dalle nuvole, miumiliò, e da lì iniziai per lungo tempo a nascondermi, cercai di trovare altri spunti,di sviluppare altri concetti. Poi, a quarant'anni, ho capito che stavo sprecandofatica: quello che sentivo era così naturale, così vero. Ho smesso di nascondermi eho scelto di abbracciare fino in fondo l'ossessione che mi ha sempre nutrito.

4. Le Sue sirene sembrano andare oltre la tradizione iconografica per assumeresignificati nuovi e contemporanei. Quali aspetti dell'esperienza umana desideraraccontare attraverso questa figura mitologica?

Quando strutturo una nuova opera sulle sirene parto sempre dall’analisi di unarappresentazione iconografica antica — come la sirena bicaudata, spessissimopresente nell’architettura gotica con una sua precisa simbologia — oppure daleggende e miti diffusi in tutto il mondo, spesso legati a una visione del femminilearcaica e potente.La mia passione sta nel rivisitare l’antico e calarlo nella contemporaneitàattraverso un percorso in tre atti: recupero il mito, ne rielaboro le forme e neapprofondisco il significato, per poi osservare cosa quella nuova creatura risvegliain chi la guarda. È lì che le mie sirene iniziano a "cantare" attraverso gli altri:incuriosiscono, evocano una storia dispersa nel tempo ma che risuona nell’animocome qualcosa di già sentito e riconosciuto. Credere nel valore della narrazionefiabesca significa per me creare opere che non siano solo decorative, ma chesuscitino meraviglia e fame di scoperta.Ma l’aspetto dell’esperienza umana che più mi riconnette alla figura della sirena èsenza dubbio la metamorfosi: la capacità di mutare per resistere e, attraverso latrasformazione, raggiungere la completa libertà. Proprio come le sirene, che daninfe leggiadre si sono fatte creature alate e temibili, poi spiriti delle acque e infinefondatrici di grandi civiltà.

5. La Sua pratica artistica si muove tra tradizione e sperimentazione. Comedialogano nella Sua ricerca le tecniche antiche della lavorazione della terracotta ela sensibilità del presente?

Credo che tradizione e sperimentazione non siano due concetti in contrasto, madue volti della stessa medaglia.La tradizione sta nel rispetto profondo per la materia e nei suoi rituali: lamodellazione manuale della terracotta, i tempi lenti dell'asciugatura, il dialogoimprevedibile con il fuoco. È un sapere antico che richiede pazienza e contattofisico diretto, una gestualità che si tramanda da secoli e che appartiene alla storiadella mia terra.La sensibilità contemporanea, invece, entra in gioco nel momento in cui doun'anima a questa materia. Non mi interessa la perfezione tecnica o la merariproduzione decorativa; uso una tecnica arcaica per rispondere a urgenze
concettuali moderne. Sperimento nelle forme, nelle superfici, lasciando che l'argillamantenga la sua voce viva, ruvida e non edulcorata.La tecnica antica è la mia radice, il linguaggio d'oggi è la mia voce: la tradizione mioffre la struttura, la sperimentazione la libertà di far parlare l'opera al pubblico delnostro tempo.

6. Accanto alla scultura utilizza materiali e linguaggi differenti, dal linoleum alla cartapesta monumentale. In che modo la scelta del materiale modifica il Suo approccio creativo e narrativo?

L’argilla è per me il mezzo più intimo: tra me e lei non vi sono compromessi, miasseconda senza resistenza e per questo il lavoro in terracotta è una ricerca fattaanche di dettagli finissimi, miniature; l’oggetto rispecchia esattamente il mioprocesso mentale e cognitivo.L’incisione delle lastre di linoleum riguarda invece la comunicazione visiva tramitela bi dimensione: qui lavoro su un concetto molto illustrativo, sintetizzando le lineedel disegno per realizzare immagini che evochino una visione magica e simbolica.Mantengo un carattere primitivo attraverso registri iconografici che ricordano sial’illustrazione per l’infanzia sia le immagini di stile medioevale.La cartapesta è un mondo a parte, fatto di grandi dimensioni e di grandi emozioni.Le opere che realizzo sono pensate per partecipare a sfilate cittadine spontanee:non sono semplici manufatti artistici, ma vere e proprie macchine sceniche conuna storia condivisa, che talvolta hanno parti mobili o devono essere indossate daipartecipanti. Questa esperienza è stata per me di grande formazione soprattuttoumana: il mio ruolo è quello di progettare l'opera, capire come possa funzionare epoi coordinare le persone — che quasi sempre non sono tecnici — affinché il carroprenda vita. È un’esperienza artisticamente grandiosa, perché l’opera non è piùsolo l’espressione dell’individualità dell’artista, ma diviene il risultato di un gesto edi un'impresa collettiva.

7. Le grandi opere realizzate per i carnevali di strada introducono una dimensionecollettiva e partecipativa del fare artistico. Cosa significa per Lei portare l'arte fuoridagli spazi espositivi tradizionali e inserirla nel tessuto sociale?

Credo fermamente nell’arte come strumento sociale, come racconto della realtà eforma di denuncia, ma anche e soprattutto come elemento di unione tra lepersone. Portare l'arte fuori dai luoghi tradizionali significa restituirle la suafunzione originaria: non un oggetto chiuso da contemplare a distanza, maun'esperienza viva e accessibile a chiunque.L’esperienza del carnevale sociale mi ha insegnato che la vera opera d’arte non èsoltanto il manufatto fisico, ma la sensazione e il legame che riesce a generarenella comunità. Quando un lavoro nasce da un percorso collettivo e attraversa lastrada, abbatte ogni barriera tra l'artista e il pubblico: l'opera diventa di tutti e pertutti.In un'epoca che spinge spesso verso l'individualismo, inserire la pratica artisticanel tessuto sociale significa creare spazi di condivisione e riscatto. Quandoquell’emozione coinvolge e unisce una comunità, l’opera acquisisce un valore
umano e politico inestimabile, che va ben oltre qualsiasi spazio espositivotradizionale.

8. La Sua attività di docente di Design presso il Liceo Artistico si intrecciainevitabilmente con la Sua pratica artistica. Quanto il confronto quotidiano con glistudenti alimenta la Sua ricerca e viceversa?

La scuola è un cantiere sempre aperto e mi sento fortunatissima a farne parte. Laclasse e il laboratorio sono luoghi in cui le idee nascono per osmosi: per questocerco di mantenere un rapporto orizzontale con gli studenti, guidandoli ad averefiducia nelle proprie intuizioni e fornendo loro gli strumenti metodologici e tecniciper realizzarle.Spesso mi trovo a insegnare ai ragazzi le tecniche che io stessa utilizzo nella miaricerca artistica. È affascinante e divertente osservare come le apprendano e lefacciano proprie: in un certo senso le mettono alla prova, le "verificano" sul campoe arrivano a realizzare cose del tutto nuove, dandomi la misura di quante stradeimpreviste possa prendere un singolo linguaggio.Questo scambio continuo mi spinge a un aggiornamento costante e mi mette aconfronto con un linguaggio espressivo sempre contemporaneo. I ragazzi mirestituiscono la misura emotiva della realtà e mi offrono nuovi spunti di ricerca: laloro energia e l'intensità del loro vissuto mi ricordano quanto sia prezioso ognimomento di trasformazione, dandomi preziosi stimoli da indagare anche sul pianoartistico.Infine, grazie alla mia formazione, amo trasformare ogni argomento didattico in unlaboratorio collettivo, spesso coinvolgendo anche i colleghi: una sinergia chearricchisce tutti e ci fa crescere insieme.

9. Nel Suo lavoro emerge un forte rapporto con la memoria e con il patrimoniosimbolico del Mediterraneo. Quale pensa possa essere oggi il ruolo del mitonell'arte contemporanea?

La dimensione del mito è astorica: è un racconto che si muove tra le righe dellastoria, senza collocarsi in momenti precisi. Proprio per questo ritengo che i miti, lefiabe o le leggende siano narrazioni visceralmente legate all'evoluzione emotiva eculturale dell'essere umano. In essi si conservano le tracce di qualcosa di nondocumentabile, ma proprio per questo sempre vivo, continuamente soggetto atrasformazioni.I miti e le leggende cambiano al cambiare delle culture, assumendo risvolti esfumature diverse a seconda dell'epoca. Un esempio è il mito di fondazione diNapoli legato alla sirena Parthenope: se dieci anni fa molte meno persone ne eranoa conoscenza, oggi il pubblico la riscopre con più facilità, anche se spesso neconosce solo una delle tante versioni. Sembra quasi che la storia di Parthenopecontinui a farsi riscrivere nel tempo, rispondendo a un’esigenza profonda dellacomunità.In questo senso, il ruolo del mito nell'arte contemporanea è quello di offrire unospunto d'indagine essenziale sull'essere umano, sui suoi sentimenti e sul suobisogno primordiale di comprendere il proprio posto nel mondo. In fondo, ci
riconduce alle grandi domande di sempre: chi siamo? da dove veniamo? a cosasiamo destinati? — ovvero al senso stesso della vita.Il mito e la leggenda ci riconnettono con saperi antichi, con le esperienze vissuteda chi ci ha preceduto, e ci trasformano da individui isolati in "popolo". Ciricordano che altri, prima e come noi, si sono posti le stesse domande trovandorisposte via via differenti. Passato e presente della natura umana continuano così adialogare, usando il mito come un filo conduttore invisibile ma indissolubile.

10. Guardando al futuro, quali direzioni desidera esplorare nella Sua ricercaartistica e quali nuove forme immagina per il dialogo tra materia, mito econtemporaneità?

Desidero continuare lungo la strada del racconto: sento di avere ancora tantissimestorie che chiedono di emergere. In questo period, sto esplorando la linoleografiaper dare forma a un albo illustrato: un progetto nato da una mia rielaborazionedelle leggende su Partenope e su Napoli e dal legame viscerale con la mia terra.Mi affascina l'idea di parlare anche a un pubblico di bambini, suscitando in loroquella curiosità di cui io stessa ero così affamata e alimentando quel mondo miticoche resta nella mente di ognuno di noi. Voglio farlo con un linguaggio poetico,stratificato e magico, capace di rimanere trasversale e toccare pure gli adulti.Credo che questa realtà abbia un gran bisogno di sogni, conoscenza e comunità: diracconti intorno al fuoco, in pratica.Per il resto non voglio pormi mete calcolate o direzioni rigide; preferisco lasciarmiguidare dal flusso della materia così come dalle correnti, aspettando che sia laprossima storia a chiamarmi.

 

A cura di Maria Di Stasio

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