La performance di Simona Carbone per SIRENUSE e la nascita di un’opera collettiva tra memoria, fragilità e condivisione....
Ci sono opere che nascono nel silenzio dello studio e altre che, invece, hanno bisogno della presenza dell’altro per poter esistere.
Mappe dell’istante, realizzata da Simona Carbone durante SIRENUSE, appartiene a questa seconda dimensione. Non è semplicemente il risultato finale di una performance, ma la traccia concreta di un’esperienza condivisa: un’opera che raccoglie parole, emozioni, confessioni e frammenti di vite differenti, trasformandoli in materia artistica.
La performance ha avuto inizio ancora prima del momento pubblico. Nei giorni precedenti, Simona aveva invitato le persone a lasciare in forma anonima pensieri e messaggi: parole affidate senza la necessità di dichiararne la provenienza, proprio perché ciò che contava non era l'identità di chi scriveva, ma ciò che quella persona sceglieva di consegnare.
Un gesto apparentemente semplice che ha aperto uno spazio intimo.
L'anonimato ha sottratto le parole al giudizio e le ha rese, paradossalmente, ancora più autentiche. Ognuno ha potuto lasciare qualcosa di sé sapendo che quel frammento sarebbe entrato a far parte di un'esperienza più grande.
Durante il vernissage di SIRENUSE, quei messaggi sono tornati alla luce.
Simona li ha letti davanti al pubblico, uno dopo l'altro, in silenzio. Ed è proprio in quel momento che il progetto ha oltrepassato la dimensione della semplice azione performativa.
Le parole anonime raccontavano fragilità, altre desideri, ricordi, assenze, paure o speranze. Pensieri privati che, hanno trovato improvvisamente uno spazio collettivo. La stessa artista è stata attraversata emotivamente da ciò che stava leggendo. Il silenzio, le pause e la commozione sono diventati parte integrante dell'opera. Non erano elementi programmabili e proprio per questo hanno restituito alla performance la sua componente più autentica: l'imprevedibilità dell'incontro umano.
Simona non era più soltanto colei che conduceva l'azione.
Era diventata tramite. Tra chi aveva scritto e chi ascoltava. Tra una storia individuale e una memoria collettiva.
Tra la parola e la materia.
Ed è forse proprio qui che Mappe dell’istante trova il suo significato più profondo: nell'idea che un'emozione personale, nel momento in cui viene affidata all'altro, possa smettere di essere soltanto individuale.
Terminata la dimensione performativa, qualcosa doveva rimanere.
Non come semplice documentazione dell'accaduto, ma come sua prosecuzione.
Nasce così Mappe dell’istante, tecnica mista su tela, nella quale i messaggi anonimi ricevuti dal pubblico entrano fisicamente nella costruzione dell'opera. Questo passaggio è fondamentale, la parola non viene soltanto ricordata: diventa materia.
Il pensiero scritto attraversa un processo di trasformazione e viene incorporato nella superficie pittorica. L'opera diventa così una sorta di archivio emotivo nel quale convivono presenze differenti senza che nessuna debba necessariamente essere riconoscibile.
Ciò che apparteneva a molti assume un unico corpo.
Visivamente Mappe dell’istante si costruisce attraverso una contrapposizione netta.
Il bianco e il nero occupano la superficie come due territori che sembrano avanzare l'uno verso l'altro. Non esiste, tuttavia, una separazione perfettamente geometrica. Il confine è irregolare, contaminato, attraversato da sovrapposizioni, cancellazioni, segni e stratificazioni.
Ed è proprio quel confine a diventare il luogo più interessante dell'opera.
Il bianco può evocare lo spazio della possibilità, del ricordo, della sospensione; il nero introduce invece una densità differente, quasi una zona di profondità nella quale qualcosa viene custodito. Sarebbe tuttavia riduttivo interpretarli semplicemente come positivo e negativo, luce e oscurità.
In Mappe dell’istante i due campi coesistono.
Si cercano e si invadono.
Come accade nella memoria, dove ciò che vorremmo trattenere convive inevitabilmente con ciò che tentiamo di lasciare andare.
Sulla superficie compaiono segni sottili, incisioni, linee e tracce. Sembrano coordinate di una cartografia impossibile da leggere attraverso criteri geografici tradizionali.
Perché quella costruita da Simona Carbone è una geografia emotiva.
Ogni parola ricevuta rappresenta idealmente un punto. Ogni esperienza una coordinata. Ogni persona una presenza.
La mappa che ne deriva non conduce verso un luogo fisico, ma verso un territorio interiore e condiviso.
Il titolo stesso contiene una tensione particolarmente significativa.
Una mappa nasce normalmente per orientare, stabilire percorsi, definire luoghi. L'istante, al contrario, è qualcosa che non può essere trattenuto: accade e immediatamente scompare. Mappe dell’istante prova a mettere insieme queste due condizioni apparentemente inconciliabili.
Tracciare ciò che per sua natura è destinato a passare.
La performance è terminata. Le persone sono tornate alle proprie vite. Le voci pronunciate durante quella serata appartengono ormai al passato. Eppure qualcosa resta.
Resta nella tela.
Resta nelle parole che vi sono state affidate.
Resta nella memoria di chi ha assistito.
L'opera diventa quindi non tanto la rappresentazione della performance, quanto la sua memoria materiale.
Ed è questa caratteristica a distinguerla da una tela realizzata indipendentemente dall'azione: guardandola non osserviamo soltanto la ricerca individuale dell'artista. Sappiamo che al suo interno esistono frammenti reali di altre persone.
La presenza del pubblico non è più esterna all'opera.
È dentro l'opera.
Nel percorso di Simona Carbone ritorna frequentemente la necessità di trasformare l'esperienza emotiva in segno, materia e relazione. In Mappe dell’istante questa ricerca compie però un passaggio ulteriore: l'artista rinuncia simbolicamente all'esclusività dell'autorialità per accogliere l'altro.
Simona costruisce la struttura, genera il dispositivo performativo, raccoglie e trasforma.
Ma l'opera non potrebbe essere la stessa senza le persone che hanno deciso di partecipare.
È un passaggio dall'io al noi.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui la performance ha prodotto una risposta emotiva così intensa durante SIRENUSE: non chiedeva al pubblico semplicemente di osservare l'arte, ma di riconoscersi, anche solo per pochi minuti, all'interno di essa.
In un tempo nel quale siamo continuamente spinti a mostrare, dichiarare e costruire pubblicamente la nostra identità, Simona Carbone sceglie paradossalmente l'anonimato per arrivare a qualcosa di più autentico.
Non importa sapere chi abbia scritto quelle parole.
Importa sapere che qualcuno le ha sentite.
Qualcuno ha avuto bisogno di affidarle.
E qualcun altro, ascoltandole, può essersi riconosciuto in esse.
Conclusione
Mappe dell’istante non racconta una sola storia.
Ne contiene molte.
È una superficie attraversata da presenze invisibili, un archivio di emozioni che hanno trovato nell'arte un luogo temporaneo di incontro e poi una forma capace di conservarle. La performance ha avuto una durata precisa; l'opera, invece, continua a esistere.
Ed è forse qui che risiede la forza dell'intero progetto: trasformare qualcosa di irripetibile in una traccia permanente senza sottrargli la fragilità originaria.
Dentro quella tela rimangono le parole di chi ha partecipato, ma rimane soprattutto il gesto di averle affidate a qualcun altro.
Perché alcune mappe non servono a indicarci dove andare.
Servono a ricordarci dove, per un istante, siamo stati insieme.
Testo curatoriale di Maria Di Stasio
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