Nel percorso di alcuni artisti la pittura non è soltanto una scelta espressiva, ma un approdo necessario, quasi inevitabile. È il caso di Dino Puglisi, nato a Catania nel 1963, che dopo una lunga esperienza nella Polizia ha scelto, nel 2020, di dare forma concreta a un desiderio coltivato fin dall’infanzia: dipingere.
Il suo linguaggio si fonda sulla geometria come principio ordinatore e simbolico, non semplice esercizio formale ma struttura interiore. Nelle sue opere il rigore non limita, ma definisce uno spazio di libertà; il colore non decora, ma vibra come energia emotiva. Ogni composizione diventa così un equilibrio tra disciplina e intuizione, tra razionalità e lampo creativo.
Autodidatta, Puglisi guarda ai maestri dell’astrattismo geometrico – come Wassily Kandinsky e Piet Mondrian – ma costruisce un percorso personale nutrito dalla luce della Sicilia e da una visione dell’arte intesa come ricerca di armonia e senso. Le sue opere, uniche e certificate, rivendicano la sacralità della materia in un’epoca dominata dalla riproducibilità digitale.
In questa intervista, l’artista si racconta attraversando memoria, disciplina, intuizione e desiderio di futuro, offrendo uno sguardo autentico su una ricerca che trova nella geometria la propria casa, ma non il proprio limite.
1 - Nato a Catania nel 1963 e con un passato nella Polizia, come ha influenzato la sua visione artistica il contatto con la realtà e la disciplina della vita quotidiana?
La disciplina del servizio mi ha insegnato a osservare il mondo con occhio analitico. Se nella Polizia l'ordine serviva a gestire il caos sociale, nell’arte l'ordine geometrico diventa uno strumento per interpretare la realtà. La mia visione artistica è figlia di quel rigore: cerco la precisione non come limite, ma come perimetro di libertà.
2 - Lei ha coltivato il desiderio di dipingere sin dall’infanzia e ha concretizzato questo sogno alla fine del 2020: cosa ha fatto scattare quel momento decisivo in cui ha deciso di dedicarsi all’arte?
Il 2020 è stato per tutti un anno di introspezione forzata. Dopo una vita dedicata al dovere e alla realtà tangibile, il silenzio della pandemia ha fatto riaffiorare quel desiderio infantile mai sopito. È stato un "ora o mai più": la pittura è passata da sogno nel cassetto a necessità vitale per dare un senso nuovo al tempo.
3 - Le forme geometriche sono il fulcro della sua ricerca. Per lei rappresentano ordine, equilibrio, energia o qualcosa di più intimo e simbolico?
Le forme geometriche per me sono un linguaggio universale. Rappresentano l’equilibrio che cerchiamo costantemente nella vita. Più che semplici figure, le vedo come mattoni dell’anima: un cerchio o un quadrato non sono solo segni, ma simboli di perfezione e stabilità in un mondo che spesso appare frammentato.
4 - Lei parla di “gioia di vivere” come esito della combinazione tra forma e colore. Come nasce questa gioia: è una conquista personale o un messaggio che desidera trasmettere allo spettatore?
Nasce come conquista personale, ma diventa un dono per lo spettatore. La combinazione di un colore vibrante con una forma solida crea una "vibrazione positiva". Dipingo per celebrare il fatto che, nonostante le difficoltà incontrate nella vita professionale e personale, esiste sempre una bellezza armoniosa da riscoprire.
5 - La sua è una pittura che indaga “significati profondi nascosti dietro le forme”. Quanto c’è di razionale e quanto di intuitivo nel suo processo creativo?
Il mio processo è un dialogo costante: l’intuizione sceglie il tema e l’emozione, mentre la razionalità governa la mano. Essendo un fautore della precisione, la fase esecutiva è meticolosa e razionale, ma l'idea iniziale è sempre un lampo improvviso, un'immagine che appare nella mente prima ancora di toccare il pennello.
6 - L’attenzione ai dettagli e l’artigianalità sono aspetti centrali del suo lavoro. In un’epoca di riproducibilità digitale, cosa significa per lei creare opere uniche, certificate e custodite nel suo archivio personale?
In un mondo di pixel replicabili all'infinito, l'opera fisica ha un'anima. Creare un pezzo unico, certificarlo e archiviarlo significa restituire sacralità all'oggetto artistico. Ogni mia opera è un "pezzo di storia" personale che lascio nel mondo, un'impronta che il digitale non potrà mai sostituire per calore e materia.
7 - Essendo autodidatta, quali sono stati i suoi riferimenti – artistici o non – che l’hanno guidata nella costruzione di un linguaggio personale?
Pur essendo autodidatta, guardo ai grandi maestri dell'astrattismo geometrico come Kandinskij per l'uso spirituale del colore o Mondrian per il rigore. Ma le mie vere guide sono state la luce della mia terra, la Sicilia, e la struttura architettonica delle città, dove la geometria è ovunque.
8 - Nei suoi dipinti il colore ha un valore puramente estetico o assume una funzione simbolica precisa?
Il colore non è mai solo decorativo. Ha una funzione energetica e simbolica. Uso il colore per dare temperatura all'emozione: un blu può rappresentare la profondità della riflessione, mentre un giallo o un rosso sono l'esplosione della vitalità. Il colore è la voce della forma.
9 - Che rapporto desidera instaurare con chi osserva le sue opere: contemplativo, emotivo, riflessivo?
Desidero un rapporto emotivo e riflessivo. Vorrei che chi guarda i miei quadri si fermasse per un attimo, uscisse dal rumore quotidiano e trovasse una zona di pace. Se l'osservatore sente un senso di ordine e serenità guardando le mie geometrie, allora l'opera è compiuta.
10 - Guardando al futuro, come immagina l’evoluzione della sua ricerca? Rimarrà fedele alla geometria o sente il bisogno di esplorare nuove forme espressive?
La geometria è la mia casa, ma non è una prigione. Immagino un’evoluzione verso una sintesi ancora maggiore, forse esplorando la tridimensionalità o materiali diversi. La coerenza rimarrà, ma la ricerca della bellezza è un percorso in continuo divenire: non escludo che le forme possano ammorbidirsi o farsi ancora più complesse.
Nel lavoro di Dino Puglisi la geometria non è mai un esercizio di stile, ma un atto di fiducia. Fiducia nell’ordine come possibilità, nella forma come rifugio, nel colore come energia che restituisce senso al frammento. Le sue composizioni non impongono una visione, ma costruiscono uno spazio di sospensione in cui lo sguardo può ritrovare equilibrio.
C’è, nelle sue opere, una tensione silenziosa tra disciplina e abbandono: la linea governa, ma è l’intuizione a generare l’impulso originario. Il rigore diventa così una soglia, non un confine; una struttura che accoglie l’emozione senza disperderla. La precisione non raffredda, al contrario custodisce il calore di una ricerca autentica, maturata nel tempo e nella consapevolezza.
In un presente dominato dall’immagine effimera e replicabile, Puglisi riafferma il valore della materia e dell’unicità. Ogni opera si offre come presenza concreta, come traccia tangibile di un pensiero che si è fatto forma. È una pittura che non urla, ma permane; che non invade, ma invita.
La sua geometria è casa, ma è anche orizzonte. E proprio in questo equilibrio tra stabilità e possibilità risiede la forza della sua ricerca: nella capacità di trasformare il rigore in armonia e l’armonia in una silenziosa, ostinata gioia di vivere.
La Redazione
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