L'Arte di Joseph Saade tra Natura e memoria

Pubblicato il 6 marzo 2026 alle ore 12:51

Nel lavoro di Joseph D Saade convivono due geografie interiori: il Libano delle origini, intenso e stratificato, e la Svezia dell’esperienza adulta, fatta di luce rarefatta e silenzio. Questa duplice appartenenza non si traduce in una semplice fusione stilistica, ma in un dialogo costante tra opposti: calore e freddezza, densità e apertura, istinto e rigore formale.
La sua pratica attraversa tecniche diverse – dalla litografia alla pittura a olio, fino alla fotografia – come se ogni linguaggio fosse uno strumento capace di modulare un diverso registro emotivo. Nelle sue opere, la natura e il mondo animale diventano territori psicologici: presenze silenziose che non illustrano, ma evocano. Animali e paesaggi non decorano lo spazio pittorico, lo abitano come simboli di vulnerabilità, memoria e resistenza.
In questa intervista emerge una riflessione profonda sullo sguardo, sull’osservazione dal vero come atto di ascolto e sul ruolo dell’artista all’interno di contesti culturali differenti. Joseph D Saade racconta un percorso in cui la disciplina tecnica convive con una tensione emotiva autentica, e in cui ogni immagine nasce da un equilibrio fragile e necessario.

 

1. Le tue origini libanesi e la tua lunga esperienza di vita in Svezia convivono nel tuo linguaggio visivo. Come dialogano queste due culture nelle tue opere?
Il mio linguaggio visivo è plasmato dalla convivenza tra due climi culturali; dal Libano trasmetto un senso di intensità: colore, ritmo, ornamento e una vicinanza alla memoria e alla narrazione. La Svezia mi ha donato spazio, silenzio, sobrietà e una profonda sensibilità alla luce e all'atmosfera. Nel mio lavoro queste influenze non sono in competizione; coesistono; il dialogo avviene nella tensione tra calore e freddezza, densità e apertura. Mi interessa come diverse sensibilità culturali possano abitare la stessa immagine, proprio come abitano lo stesso corpo.

2. La natura e il mondo animale sono una fonte costante di ispirazione nel tuo lavoro. Cosa rappresentano per te e quale ruolo simbolico svolgono nelle tue composizioni?
La natura e gli animali funzionano sia come specchi che come messaggeri; rappresentano stati dell'essere che esistono al di là del linguaggio: istinto, vulnerabilità, presenza e sopravvivenza; gli animali appaiono spesso come testimoni silenziosi, con un peso emotivo o simbolico piuttosto che un ruolo narrativo; mi permettono di parlare dell'esperienza umana indirettamente, senza illustrazioni. Nelle mie composizioni, la natura non è decorativa, è il suo terreno psicologico, uno spazio in cui il mondo interiore e quello esteriore si incontrano.

3. Hai iniziato a dipingere dal vero alla fine degli anni '90. Quanto sono importanti l'osservazione diretta e il contatto fisico con il soggetto nel tuo processo creativo?
L'osservazione diretta è fondamentale per la mia pratica; dipingere dal vero fonda il lavoro sulla realtà e sulla resistenza: il soggetto si ribella, richiede attenzione, pazienza e umiltà. La presenza fisica crea una forma di dialogo che non può essere sostituita dalle sole immagini. Anche quando l'opera finale diventa più interpretativa o simbolica, è ancorata a quell'incontro iniziale. L'osservazione non riguarda solo l'accuratezza, ma anche l'ascolto.

4. Lavori con molte tecniche diverse, dalla litografia alla pittura a olio e alla fotografia. Come scegli il medium più adatto a un'idea e cosa ti permette di esprimere ogni tecnica?
La scelta del medium è guidata dalle esigenze emotive e concettuali dell'idea; la litografia consente chiarezza, ripetizione e una certa disciplina, affinando il pensiero. La pittura a olio offre lentezza, profondità e ambiguità; dà spazio al dubbio e alla trasformazione. La fotografia cattura l'immediatezza e frammenti di realtà che altrimenti potrebbero scomparire. Vedo le tecniche come linguaggi diversi: alcune sono più adatte al sussurro, altre all'insistenza.

5. La tua arte è spesso descritta come un punto d'incontro tra il temperamento mediorientale e la sensibilità scandinava. Come si traduce questo equilibrio tra istinto e rigore formale in colore e composizione?
L'istinto guida il movimento iniziale: scelte cromatiche, gesti e direzione emotiva. Il rigore formale interviene in un secondo momento, come un modo per riascoltare l'opera e darle struttura. La sensibilità scandinava si manifesta spesso attraverso la sobrietà, le palette tenui e la composizione attenta, mentre il temperamento mediorientale emerge nel contrasto, nella saturazione e nell'intensità. L'equilibrio sta nel permettere all'emozione di emergere senza perdere chiarezza. Voglio che l'immagine sembri vissuta, ma anche tenuta insieme.

6. Hai esposto in contesti molto diversi, dalla Svezia all'Italia, da Vienna al Libano. In che modo il contesto culturale di una mostra influenza il modo in cui il pubblico percepisce il tuo lavoro?
Il contesto culturale plasma inevitabilmente il modo in cui un'opera viene letta. Il pubblico porta con sé le proprie storie, tradizioni visive e sensibilità nello spazio. In alcuni contesti l'opera viene affrontata in modo emotivo, in altri più analitico. Trovo questa molteplicità arricchente. L'opera non cambia, ma il dialogo che la circonda sì. Esporre in luoghi diversi permette all'opera di rivelare diversi strati di sé, a seconda di dove viene vista e da chi.

7. Oltre alla tua pratica artistica, hai esperienza nella curatela, nell'allestimento di mostre e nella didattica artistica. In che modo questi ruoli hanno influenzato la tua prospettiva di artista?
Lavorare con la curatela e la didattica mi ha dato una comprensione più ampia di come l'arte esista al di là dello studio. Ha affinato la mia consapevolezza del contesto, del ritmo e di come gli spettatori si muovono nello spazio e nel tempo. L'insegnamento, in particolare, ha rafforzato l'importanza del processo rispetto al risultato. Questi ruoli mi hanno reso un artista più attento e generoso, meno concentrato sul controllo e più sul dialogo.

8. Molte delle tue opere nascono da dettagli apparentemente semplici: un motivo, un oggetto, un animale. Quando ti rendi conto che un'immagine è pronta a diventare un'opera d'arte?
Spesso inizia con qualcosa di piccolo e apparentemente insignificante, un'immagine diventa un'opera d'arte quando resiste a ogni spiegazione, quando rimane con me e chiede di essere restituita... Di solito c'è un momento di quiete, in cui aggiungere altro non farebbe altro che disturbare ciò che è già emerso. Quel silenzioso senso di necessità, piuttosto che di completamento, mi dice che l'opera è pronta.

9. Oggi sei aperto a collaborazioni, gallerie e alla creazione di un marchio personale. Come immagini l'evoluzione del tuo percorso artistico nei prossimi anni?
Vedo i prossimi anni come un periodo di approfondimento ed espansione delle collaborazioni, basate su valori condivisi e curiosità, nella costruzione di relazioni a lungo termine con gallerie e istituzioni in tutto il mondo. Sviluppare un'identità artistica personale, creare un marchio in senso superficiale, chiarezza - essere in grado di articolare ciò che conta e lasciare che l'opera cresca da lì.

10. Se dovessi descrivere la tua arte come un'esperienza emotiva per lo spettatore, quale sensazione o riflessione vorresti lasciare nel tuo pubblico?
Vorrei che lo spettatore se ne andasse con un senso di silenziosa identificazione - qualcosa di familiare ma senza nome, non un messaggio chiaro, ma una risonanza emotiva persistente. Se l'opera crea una pausa, un momento di attenzione interiore o di lieve disagio, allora ha fatto il suo lavoro e mi fa sentire in un modo artistico speciale.

Attraverso le sue parole, Joseph D Saade rivela un’idea di arte come spazio di incontro: tra culture, tra linguaggi, tra interiorità e mondo esterno. Il suo lavoro non cerca risposte definitive, ma costruisce pause, zone di ascolto, luoghi in cui lo spettatore può sostare e riconoscere qualcosa di familiare, anche senza nominarlo.
La sua visione per il futuro non è orientata a una semplice espansione professionale, ma a un approfondimento: collaborazioni fondate su valori condivisi, relazioni durature con gallerie e istituzioni, e una crescente chiarezza identitaria. Non un branding superficiale, ma una consapevolezza più nitida di ciò che conta davvero.
Alla fine, ciò che resta è una sensazione di quieta risonanza. Un’immagine che non impone, ma suggerisce. Un’emozione che non si esaurisce nello sguardo, ma continua a lavorare interiormente. Ed è proprio in questa persistenza silenziosa che l’arte di Joseph D Saade trova la sua forza più autentica.

 

La redazione 


Two interior geographies coexist in Joseph D. Saade's work: the intense and layered Lebanon of his origins, and the Sweden of his adult experience, made of rarefied light and silence. This dual belonging translates not into a simple stylistic fusion, but into a constant dialogue between opposites: warmth and coldness, density and openness, instinct and formal rigor.
His practice embraces diverse techniques—from lithography to oil painting, to photography—as if each medium were a tool capable of modulating a different emotional register. In his works, nature and the animal world become psychological territories: silent presences that do not illustrate, but evoke. Animals and landscapes do not decorate the pictorial space; they inhabit it as symbols of weakness, memory, and resistance.
This interview reveals a profound reflection on the gaze, on observation from life as an act of listening, and on the role of the artist within different cultural contexts. Joseph D Saade recounts a journey in which technical discipline coexists with authentic emotional tension, and in which each image is born from a fragile and necessary balance.

 

1. Your Lebanese origins and your long life experience in Sweden coexist within your visual language. How do these two cultures dialogue within your artworks?

My visual language is shaped by living between two cultural climates; from Lebanon, I carry a sense of intensity-color,rhythm, ornament, and a closeness to memory and storytelling. Sweden has given me space, silence, restraint,and a deep sensitivity to light and atmosphere. In my work these influences do not compete; they coexist; the dialogue happens in the tension between warmth and coolness, density and openness. I am interested in how different cultural sensibilities can inhabit the same image, just as they inhabit the same body. 

  1. Nature and the animal world are a constant source of inspiration in your work. What do they represent for you, and what symbolic role do they play in your compositions?

Nature  and animals function both as mirrors and messengers; they represent states of being that exist beyond language-instinct, vulnerability, presence and survival; animals often appear as silent witnesses, carrying emotional or symbolic weight rather than narrative roles; they allow me to speak about human experience indirectly, without illustration. In my compositions, nature is not decorative, its psychological terrain, a space where inner and outer worlds meet.

  1. You began painting from life in the late 1990s. How important is direct observation and physical contact with the subject in your creative process?

Direct observation is fundamental to my practice; painting from life grounds the work in reality and resistance - the subject pushes back, demands attention, patience, and humility. Physical presence creates a form of dialogue that can't be replaced by images alone. Even when the final work becomes more interpretive or symbolic, it's anchored in that initial encounter. Observation is not only about accuracy, it's also about listening. 

  1. You work with many different techniques, from lithography to oil painting and photography. How do you choose the most suitable medium for an idea, and what does each technique allow you to express?

The choice of medium is guided by the emotional and conceptual needs of the idea; Lithography allows for clarity, repetition, and a certain discipline - it sharpens thought. Oil painting offers slowness, depth and ambiguity; it gives space for doubt and transformation. Photography captures  immediacy and fragments of reality that might otherwise disappear. I see techniques as different languages: some are better suited for whispering, others for insistence.

  1. Your art is often described as a meeting point between Middle Eastern temperament and Scandinavian sensitivity. How does this balance between instinct and formal rigor translate into color and composition?

Instinct leads the initial movement - color choices, gestures and emotional direction. Formal rigor enters later, as a way of listening back to the work and giving it structure. Scandinavian sensitivity often shows itself through restraint, muted palettes, and careful composition, while Middle Eastern temperament emerges in contrast, saturation and intensity. The balance lies in allowing emotion to surface without losing clarity. I want the image to feel lived - in, but also held together. 

  1. You have exhibited in very different contexts, from Sweden to Italy, from Vienna to Lebanon. How does the cultural context of an exhibition influence the way audiences perceive your work?

Cultural context inevitably shapes the way a work is read. Audiences bring their own histories, visual traditions and sensitivities into the space. In some contexts the work is approached emotionally, in others more analytically. I find this multiplicity enriching. The work does not change, but the conversation around it does.  Exhibiting in different places allows the work to reveal different layers of itself, depending on where it is seen and by whom.

  1. In addition to your artistic practice, you have experience in curating, exhibition setup, and art education. How have these roles influenced your perspective as an artist?

Working with curation and education has given me a broader understanding of how art exists beyond the studio. It has sharpened my awareness of context, pacing,and how viewers move through space and time. Teaching, in particular, has reinforced the importance of process over result. These roles have made me more attentive, generous as an artist, less focused on control and more on dialogue.

  1. Many of your works originate from seemingly simple details: a pattern, an object, an animal. When do you realize that an image is ready to become an artwork?

Often, it begins with something small and seemingly insignificant, an image becomes an artwork when it resists explanation, when it stays with me and asks to be returned to... There's usually a moment of stillness - when adding more would only disturb what has already emerged. That quiet sense of necessity, rather than completion, tells me the work is ready. 

  1. Today you are open to collaborations, galleries, and the creation of a personal brand. How do you envision the evolution of your artistic journey in the coming years?

I see the coming years as a period of deepening , expansion of collaborations, that are based on shared values and curiosity, in building long-term  relationships with galleries and institutions all over the world. Developing a personal artistic identity, branding in a superficial sense, clarity - being able to articulate what matters , and allowing the work to grow from there.

  1. If you were to describe your art as an emotional experience for the viewer, what feeling or reflection would you like to leave with your audience?

I would like the viewer to leave with a sense of quiet recognition - something familiar yet unnamed, not a clear message, but a lingering emotional resonance. If the work creates a pause, a moment of inward attention or gentle discomfort, then it has done its job and makes me feel in a special artistic way.  

 

Through his words, Joseph D. Saade reveals an idea of ​​art as a meeting place: between cultures, between languages, between interiority and the outside world. His work does not seek definitive answers, but constructs pauses, listening zones, places where the viewer can pause and recognize something familiar, even without naming it.
His vision for the future is not oriented toward simple professional expansion, but toward deepening: collaborations based on shared values, lasting relationships with galleries and institutions, and a growing clarity of identity. Not superficial branding, but a sharper awareness of what truly matters.
In the end, what remains is a sense of quiet resonance. An image that does not impose, but suggests. An emotion that is not exhausted in the gaze, but continues to work internally. And it is precisely in this silent persistence that Joseph D. Saade's art finds its most authentic strength.

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