Maria Paola Mortellaro. Tra equazione e vibrazione: l'astrazione come spazio di trasformazione

Pubblicato il 6 marzo 2026 alle ore 16:00

Esistono percorsi artistici che nascono da un’urgenza interiore così profonda da rendere l’arte non soltanto un linguaggio espressivo, ma una necessità vitale. Nel lavoro di Maria Paola Mortellaro questa necessità assume la forma di un dialogo costante tra razionalità e impulso emotivo, tra struttura e libertà, tra ordine e caos. La sua ricerca pittorica si colloca all’interno di una dimensione astratta in cui la materia diventa luogo di attraversamento dell’esperienza interiore, uno spazio in cui il pensiero scientifico e la tensione emotiva convivono e si trasformano reciprocamente.
Mortellaro vive e lavora a Palermo e insegna matematica. Non si tratta di un dettaglio marginale, ma di un elemento che attraversa profondamente la sua poetica. La matematica, infatti, non è soltanto la disciplina dei numeri e delle formule: è anche una grammatica invisibile fatta di relazioni, equilibri, proporzioni e tensioni. Allo stesso modo, nella pittura dell’artista, ogni gesto e ogni stratificazione sembrano organizzarsi secondo una logica interna che, pur non dichiarandosi esplicitamente, struttura lo spazio della tela.
Il suo percorso pittorico prende forma in maniera autodidatta nel 2019, ma affonda le radici in una sensibilità creativa presente da sempre. L’inizio coincide con un momento storico e umano particolare: il periodo della pandemia. In quel tempo sospeso e fragile, la pittura diventa per l’artista un luogo di resistenza interiore, uno spazio di elaborazione emotiva capace di trasformare tensioni e fragilità in energia creativa. Dipingere non è quindi un gesto decorativo o estetico, ma un processo di attraversamento del proprio vissuto. La tela diventa una soglia: un passaggio tra ciò che ferisce e ciò che rigenera.
Il linguaggio dell’astrazione si rivela per Mortellaro il territorio più autentico in cui far emergere questa dimensione. Lontano dall’obbligo della rappresentazione figurativa, l’astratto le permette di restituire la natura fluida e instabile delle emozioni. Le sue composizioni non cercano di descrivere il mondo visibile, ma di tradurre vibrazioni interiori, stati d’animo, tensioni psichiche che difficilmente potrebbero trovare forma attraverso immagini riconoscibili. L’astrazione diventa così uno spazio di libertà ma anche una disciplina poetica, un campo in cui gesto e pensiero si incontrano continuamente.
Le opere si caratterizzano per superfici stratificate e complesse, costruite attraverso l’uso combinato di materiali diversi: acrilici, gesso, paste materiche, collage e inserti provenienti persino da testi di matematica. Questa pluralità di elementi genera composizioni dinamiche in cui la materia non è mai neutra ma portatrice di memoria. Ogni strato diventa traccia di un tempo vissuto, segno di un processo che non si limita al momento della creazione ma conserva la memoria del gesto e dell’esperienza.
La stratificazione visiva riflette così una stratificazione emotiva. Le opere sembrano costruirsi come territori in cui convivono tensioni opposte: ordine e disordine, equilibrio e vibrazione, controllo e abbandono. È proprio in questo spazio di contraddizione fertile che emerge la forza del lavoro dell’artista. Da un lato la formazione matematica suggerisce un senso di equilibrio e di struttura; dall’altro la dimensione emotiva rompe continuamente gli schemi, introducendo movimento, energia e imprevedibilità.
Il gesto pittorico diventa quindi un atto che oscilla tra impulso e ascolto. L’inizio di ogni opera è spesso un’esplosione istintiva, un movimento quasi fisico attraverso cui l’emozione si riversa sulla tela. Ma a questo primo slancio segue un processo più lento e riflessivo: un dialogo con la superficie, con la materia e con ciò che progressivamente emerge dall’opera stessa. La tela non è mai passiva, ma si trasforma in interlocutrice, suggerendo pause, deviazioni e nuove direzioni.
In questo processo assume un ruolo fondamentale anche il silenzio. Non un silenzio inteso come assenza, ma come spazio necessario di sospensione e ascolto. È nel momento in cui l’artista si allontana dalla tela, lasciando sedimentare il lavoro, che l’opera trova spesso il proprio equilibrio definitivo. Quando la composizione smette di assorbire energia e inizia a restituirla, allora il processo può dirsi compiuto.
Le opere di Maria Paola Mortellaro nascono da un’esperienza profondamente personale, ma non rimangono chiuse in una dimensione autobiografica. La materia, i segni e le stratificazioni diventano infatti superfici aperte all’interpretazione dello spettatore. L’artista non ricerca una comprensione razionale dell’opera: ciò che desidera è piuttosto una risonanza emotiva, una vibrazione capace di attivare nello sguardo altrui memorie, sensazioni e pensieri.
La pittura diventa così uno spazio di incontro tra sensibilità diverse. Ciò che nasce da un vissuto individuale si trasforma in un campo aperto in cui ognuno può riconoscere frammenti della propria esperienza.
Se si volesse sintetizzare la poetica dell’artista in un’immagine, si potrebbe pensare a una formula in continua trasformazione: un’equazione instabile in cui due variabili — rigore e vibrazione — cercano costantemente un punto di equilibrio. È proprio in questa tensione dinamica che prende forma la ricerca di Maria Paola Mortellaro, una pittura capace di unire pensiero e istinto, materia e memoria, struttura e libertà.
E forse è proprio qui che risiede la forza più autentica del suo lavoro: nel trasformare la complessità dell’esistenza in un campo visivo vivo, stratificato e pulsante, dove l’arte diventa, prima di tutto, un atto di conoscenza e di trasformazione.

La tua pittura nasce da un’esigenza interiore precisa. Qual è l’urgenza che ti spinge a trasformare emozioni e stati d’animo in materia e colore?

La mia pittura nasce da un’urgenza profonda, quasi viscerale. Per me dipingere è un modo per non soccombere al caos interiore che spesso porto dentro. C’è una parte di me fatta di frammenti, fratture, tensione e dolore che non riesco a decifrare o a spiegare con le semplici parole. Se tenessi queste emozioni bloccate dentro, diventerebbero un peso insostenibile.

Ho iniziato a dipingere da autodidatta durante il periodo del Covid, ma la spinta creativa mi ha sempre abitata. Da piccola costruivo piccoli telai per intrecciare braccialetti: avevo già allora il desiderio di creare con le mani, di dare forma a qualcosa che prima non esisteva. La manualità è sempre stata il mio linguaggio più sincero. Ho dipinto le pareti di casa per trasformare un luogo che in quel periodo sentivo che non mi appartenesse. Dipingere è stata sempre un’esigenza interiore potente e quasi egoistica: dipingo per stare bene, per salvarmi, per ritrovarmi.  È un processo catartico attraverso il quale trasformo il peso del mio vissuto in energia creativa. In fondo, ogni mia opera è una soglia, un passaggio necessario tra ciò che mi ferisce e ciò che mi permette di rigenerarmi. Le tele sono i miei spazi sicuri, i miei confidenti più intimi. In loro affido ciò che non riesco a dire, ciò che mi ferisce e ciò che mi rende viva. Dipingere non è solo creare un’opera: è attraversare le mie ombre e restituirle a colori.

Nell’astrazione trovi uno spazio di libertà o una forma di disciplina poetica? Cosa ti permette di dire che il figurativo non potrebbe esprimere?

Nell’astrazione trovo libertà di poter essere completamente autentica, senza dover tradurre ciò che sento in una forma riconoscibile. L’astratto mi rappresenta perché segue la natura stessa delle mie emozioni: fluide, mutevoli, spesso contraddittorie. Esse non hanno contorni netti o linee precise: sono movimento, vibrazione, energia e informazioni rispecchiano la mia duplice essenza: da un lato c’è la mia formazione scientifica, fatta di struttura, equilibrio e tensioni calibrate; dall’altro c’è l’anima più istintiva, impulsiva e travolgente Quando lavoro, lascio che ciò che sento scorra direttamente dall’anima alla tela, senza filtri o progetti. Il gesto nasce dal cuore prima ancora che dalla mente: è un atto istintivo e necessario in cui trovo un sollievo immediato. È come se l’emozione, una volta depositata sulla tela, smettesse finalmente di pesare dentro di me.

Il figurativo, invece, mi impone più razionalità pìù rigore, una fedeltà alla forma che talvolta limita questa tensione tra controllo e abbandono.

Le tue opere sono stratificate, complesse, dinamiche. Quanto conta per te il concetto di profondità – emotiva prima ancora che visiva?

La profondità emotiva e la sensibilità non sono solo componenti del mio lavoro, ma l’anima stessa del mio essere; influenzano le mie relazioni, la mia quotidianità e, inevitabilmente, ogni mia creazione. Considero un'opera riuscita solo quando riesco a leggervi quel dettaglio capace di descrivere fedelmente il mio sentire, permettendomi di entrare in una sintonia totale con la tela. In questo processo, ogni strato di colore e ogni materiale scelto diventano simboli del tempo vissuto e della memoria. Utilizzare tecniche diverse all'interno della stessa opera - dalle paste materiche, al polistirolo fino ai collage ricavati spesso dai testi di matematica- non è mai una scelta puramente estetica, ma l’espressione necessaria della complessità delle mie emozioni: una stratificazione visiva che ricalca quella interiore.

Il gesto pittorico nei tuoi lavori appare come un flusso. È un atto istintivo o un dialogo consapevole con la superficie?

Il primo gesto è sempre istinto, un impulso che non può essere trattenuto. È un’esplosione necessaria, quasi fisica. Ma dopo quell’atto iniziale, inizio un dialogo vero e proprio con la superficie. Osservo, ascolto, rispondo. Sento che la  tela non è passiva: reagisce, suggerisce, impone pause. È un continuo equilibrio tra abbandono e controllo, tra impulso emotivo e consapevolezza compositiva. In questo dialogo si manifesta ancora una volta la mia dualità: razionalità e istinto che collaborano per trovare un punto di armonia.

Nei tuoi equilibri compositivi si avverte una tensione tra ordine e vibrazione. Questa dualità rappresenta anche una dimensione del tuo mondo interiore?

Sì, quella tensione è il riflesso diretto della mia essenza. Nella vita quotidiana insegno matematica, una disciplina fondata su logica, equilibrio e relazioni. Questo sguardo mi appartiene profondamente e mi porta a cercare armonie e proporzioni anche all'interno della composizione pittorica. Accanto a questa dimensione razionale, però, vive una vibrazione emotiva irruente che rompe ogni schema e sfugge a qualsiasi formula: è una forza istintiva che non vuole essere misurata, ma vissuta. Non cerco di scegliere tra queste due parti di me, né di sacrificarne una a favore dell'altra. Al contrario, tutto  nasce proprio dalla loro convivenza. Ordine e caos, calcolo e impulso, struttura e vibrazione coesistono in un equilibrio dinamico, mai del tutto pacifico ma straordinariamente fertile. La tela diventa così il luogo in cui questi opposti si incontrano e si trasformano generando un'energia che è, prima di tutto, autenticamente mia.

Che ruolo ha il silenzio nel tuo processo creativo? C’è un momento in cui l’opera “chiede” di femarsi?

Il silenzio per me non è un’assenza, ma una presenza fondamentale che compare all’improvviso durante il lavoro. È una sorta di spazio di riflessione che a volte nasce da un senso di insoddisfazione, quando sento che ciò che appare sulla tela non corrisponde ancora alla mia vibrazione interiore. Altre volte, invece, sono io a cercarlo attivamente per "resettare" la mente. Ci sono momenti in cui sento il bisogno di allontanarmi e lasciare l’opera ferma per giorni, immersa nel silenzio. È solo dopo questa interruzione che la creatività torna a scorrere con la chiarezza necessaria. In quel ritorno, guardando la tela con occhi nuovi, percepisco quando l’opera è finalmente compiuta: accade quando la composizione smette di assorbire energia e inizia a restituirla, trovando un equilibrio in cui ogni segno sembra finalmente al suo posto.

L’uso combinato di materiali diversi genera superfici che sembrano custodire memoria. Le tue opere parlano di vissuto personale o di una memoria più universale?

Le mie opere nascono da un vissuto personale, ma non vogliono restare autobiografiche. I materiali, le texture, i collage e le stratificazioni che utilizzo parlano delle mie esperienze, ma mi piace che l’osservatore possa personalizzarle possa cogliere qualcosa che faccia vibrare il suo animo riconoscendo una propria memoria.

Quando inizi un lavoro, parti da un’intuizione chiara o lasci che sia la materia a suggerirti la direzione?

Inizio quasi sempre da un’intuizione emotiva, da uno stato d’animo preciso. Non ho un’immagine definita in mente, magari inizialmente posso averla, ma poi succede che è la materia, a guidarmi il colore reagisce, si mescola, si oppone; le texture si trasformano e allora ciò che realizzo è assolutamente diverso da ciò che la mia mente aveva visualizzato. Ho imparato ad accoglie questa imprevedibilità come parte fondamentale del processo. Lascio spazio all’inaspettato e alla fine è come se l’opera prende forma da sola e mi sorprende ed è allora che mi fermo .

Cosa desideri che accada nello spettatore quando si trova davanti a una tua opera?

Non desidero che lo spettatore “capisca” l’opera in modo razionale. Vorrei che la sentisse che si lasciasse attraversare da una vibrazione, da un movimento, da un silenzio e anche solo per un istante sia portato a pensare. 

Se dovessi sintetizzare la tua poetica in una frase per i lettori di ArtWord, quale sarebbe?
La mia arte è come un’equazione a due variabili in equilibrio dinamico: Rigore e Vibrazione

Le mie opere nascono proprio da questa unione in cui la riflessione scientifica incontra l’energia pura che esplode davanti alla tela.

 

L’incontro con Maria Paola Mortellaro restituisce l’immagine di un’artista che ha scelto l’astrazione non come linguaggio di evasione, ma come spazio di verità. Nella sua pittura convivono tensioni apparentemente opposte: il rigore della matematica e la libertà dell’emozione, il controllo della struttura e l’irruenza del gesto. È proprio in questa convivenza che la sua ricerca trova equilibrio e identità.
Le sue opere non chiedono di essere decifrate attraverso categorie razionali, ma di essere attraversate. Materia, colore e stratificazione diventano strumenti attraverso cui il vissuto personale si apre a una dimensione più ampia, capace di dialogare con la sensibilità di chi osserva. In questo senso la tela non è solo superficie pittorica, ma uno spazio di risonanza emotiva in cui ogni spettatore può riconoscere frammenti della propria esperienza.
Nel lavoro di Mortellaro il processo creativo assume un valore quasi trasformativo: il gesto pittorico diventa un passaggio necessario, un attraversamento delle proprie ombre che trova nella materia una forma di equilibrio. L’arte si configura così come un luogo di rigenerazione, in cui il caos interiore si organizza in nuove armonie visive.
È forse proprio questa la chiave più autentica della sua poetica: una ricerca che nasce da una tensione profonda e che trova nella pittura la possibilità di tradurre l’invisibile in presenza, il silenzio in vibrazione, l’emozione in struttura. In questa equazione sensibile, dove rigore e impulso si incontrano continuamente, prende forma una pittura capace di restituire la complessità dell’esperienza umana trasformandola in energia visiva.

 

 

 

 

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