DOVE IL GESTO APRE MONDI: NEL MULTIVERSISMO DI LIA CHIA

Pubblicato il 26 maggio 2026 alle ore 19:25

Nel lavoro di Lia Chia la pittura non è mai superficie, ma attraversamento. Ogni opera nasce come un varco aperto, un luogo in cui la visione si moltiplica e il senso smette di essere univoco. Non c’è volontà di spiegare né di guidare lo sguardo: ciò che emerge sulla tela è un accadimento, un incontro tra gesto, materia e una dimensione interiore che sfugge alle coordinate del tempo lineare.
Il suo Multiversismo si configura come una geografia dell’istante, un territorio in continua mutazione dove mondi diversi coesistono senza gerarchie. Le forme non si offrono mai come immagini definitive: si rivelano e si nascondono, si trasformano se osservate da un’altra angolazione, chiedono allo spettatore di abbandonare la postura passiva per entrare in una relazione viva e instabile. In questo spazio, l’opera non è oggetto ma presenza, organismo sensibile che reagisce alla luce, allo sguardo, all’emozione di chi la incontra.
La pittura di Lia Chia rifiuta la rassicurazione della ripetizione e la disciplina del riconoscibile a tutti i costi. La sua forza risiede in una libertà radicale del segno, in una gestualità che non cerca consenso ma verità, anche quando questa si manifesta come frammento, discontinuità, rischio. Ogni lavoro è unico perché nasce da un tempo sospeso, da una necessità che non può essere replicata, da un ascolto profondo di ciò che chiede di emergere.
Il Multiversismo, più che un linguaggio, è una condizione dell’essere: un modo di abitare l’arte come spazio aperto, dove figurazione e astrazione dialogano senza confini, dove il visibile è sempre attraversato da ciò che resta invisibile. È un invito a perdere l’equilibrio, a lasciarsi disorientare, a riconoscere che la realtà non è mai una sola, ma una costellazione di possibilità.


Questo testo introduce un’intervista che non racconta semplicemente un percorso artistico, ma apre una soglia. Entrarvi significa accettare che l’arte non debba essere decifrata, ma vissuta; non compresa, ma attraversata. In questo continuo slittamento di mondi, la pittura diventa esperienza, e lo sguardo, finalmente, si fa parte del multiverso.

 1. Il tuo ingresso nel mondo dell’arte nasce in modo inatteso, da un concorso sui social. Guardando oggi il tuo percorso internazionale, quanto l’imprevisto continua a nutrire la tua ricerca?

L’imprevisto è stato il mio punto di partenza e continua a essere fondamentale. Anche oggi che porto la mia arte nel mondo, non seguo una strategia rigida ma vado d'istinto. Sono consapevole che ogni esposizione apre porte inaspettate: nuovi contatti con critici e galleristi che nascono proprio perché scelgo di mettermi in gioco. Questa consapevolezza nutre la mia determinazione: so che ogni incontro inatteso è un passo avanti per far arrivare il mio messaggio sempre più lontano.

2. "Il lato nascosto" ha rappresentato un momento di svolta. Cosa resta oggi di quell’opera nel tuo immaginario e nella tua identità artistica?

Di quell'opera resta l'emozione pura del punto di origine. Ricordo ancora l’incredulità e la commozione di quando ricevetti la telefonata per esporre in via Margutta: in quel momento ho capito che ciò che era iniziato quasi per gioco poteva portarmi lontano. Se dipingere è per me un’esigenza vitale che mi accompagna da sempre, esporre per la prima volta, e per di più in via Margutta, la famosa via degli artisti, mi ha dato l’input per trasformare quel bisogno in condivisione. Oggi quell'opera rappresenta il coraggio di espormi e di cercare un legame con chi osserva, che si manifesti attraverso una critica positiva o negativa: l'importante è che ci sia un'interazione, perché l'indifferenza è l'unica cosa che l'arte non merita.

3. Nel tuo lavoro parli di Multiversismo come di uno stato dell’essere. Quando inizi a creare, come avviene il passaggio dalla realtà quotidiana a questo spazio interiore?

Il passaggio avviene nel momento in cui traccio sulla tela un primo un segno con un gesto istintivo, il tempo ordinario svanisce e mi immergo in quella dimensione che chiamo Multiverso. È uno stato di libertà totale di espressione, senza schemi o condizionamenti tecnici. È come se attraversassi diversi mondi paralleli. È un momento di profonda introspezione in cui le mie esperienze e i miei sogni si fondono con l'ispirazione della flora e della fauna. In questo processo, le tracce, i colori e le forme che creo racchiudono sensazioni del mio inconscio: vi sono criptati addirittura suoni, profumi e parole. Mi è successo proprio con un'opera terminata da poco: solo alla fine mi sono resa conto di quanto fossi stata ispirata dalle rocce della Gallura, osservate durante un viaggio qualche giorno prima di iniziare a dipingere. Il mio Multiversismo parla linguaggi diversi: dai figurativi agli astratti, dai paesaggi surreali ai mondi fantastici. In alcune di queste opere avviene la composizione e scomposizione delle forme: ad esempio, ne 'Il mondo fantastico di Mushi', gli occhi del gatto rivelano la testa di uccellini. C'è questo gioco di figure che fanno parte di altre figure: mi piace coinvolgere chi osserva perché spesso le persone rimangono meravigliate nello scorgere dettagli nascosti o nel vedere l'opera cambiare completamente capovolgendo la tela, dove il cielo diventa mare e il mare diventa cielo. Qualcuno mi ha definita poliedrica, ma io preferisco definirmi Multiversista. Per me questa non è una capacità accademica, ma una gestualità libera da sovrastrutture: essendo autodidatta, la mia non è semplice tecnica ma un'interpretazione di realtà diverse, figlia di un istinto sincero. Tutte le mie creazioni sono multiversi; alcune opere portano proprio il titolo 'Multiverso' e sono numerate progressivamente. Con il mio Multiversismo supero il limite della visione statica: non cerco la replica della realtà, ma esploro l'infinità di mondi possibili attraverso un linguaggio che non accetta confini."

4. Ogni tua opera è un Multiverso, un universo irripetibile che si manifesta in un preciso istante. Che rapporto esiste tra il tempo, la creazione e l’unicità di ogni lavoro?

Per me la creazione avviene in una dimensione sospesa, dove il tempo dell’orologio smette di contare. In quell'istante non sento i minuti che passano, ma solo l'urgenza di far emergere un mondo sulla tela. Ogni mia opera è un pezzo unico di libertà, nato in un momento che non tornerà più. Spesso nel mercato dell'arte si pretende che un artista sia ripetitivo per essere considerato 'riconoscibile', ma io rifiuto questa staticità. La mia vera identità non sta nel replicare all'infinito lo stesso schema, ma nella libertà di seguire il mio sentire. La mia creatività è ciclica: attraverso periodi in cui ho bisogno di mondi fantastici e vibranti di colore, e altri in cui la mia ricerca si fa più essenziale e astratta, creando portali verso altre dimensioni. Sebbene il mio stile rimanga identificabile perché nasce dal mio istinto, ogni mia opera rimane l'unica testimonianza di un istante di libertà assoluta, che non accetta di essere imprigionato in una ripetizione forzata.

5. Le tue opere possono essere osservate da più prospettive, talvolta ruotate. È un invito alla libertà interpretativa o un modo per mettere in discussione l’idea di un’unica verità visiva?

Le mie opere sono come finestre aperte su panorami sempre nuovi: ognuno può essere colpito da un particolare diverso o da una diversa vibrazione. Il fatto che le mie tele possano essere ruotate serve a ricordare che la verità non è mai una sola, ma è fatta di mondi diversi. Un’opera può trasformarsi fisicamente anche in base a dove viene collocata: la luce naturale può far emergere dettagli nascosti e profondità materiche, mentre quella artificiale può far risaltare i colori in modo inedito, o viceversa, a seconda dell'opera stessa e della sua composizione. Non voglio imporre una visione rigida, ma lasciare che l'opera sprigioni la propria energia nell'ambiente. Ruotare la tela o cambiare l'esposizione alla luce significa scoprire ogni volta un nuovo varco nel Multiverso, permettendo all'opera di continuare a trasformarsi senza mai fermarsi a un'unica interpretazione

6. Hai esposto in contesti culturali molto diversi, dall’Europa all’Asia fino agli Stati Uniti. In che modo il dialogo con luoghi e culture differenti entra, anche silenziosamente, nei tuoi Multiversi?

Esporre in contesti così lontani tra loro mi ha confermato che l'arte è un linguaggio universale. Ogni cultura che incontro è un'energia sottile che si deposita nel mio vissuto e arricchisce il mio spirito nomade. Queste atmosfere diverse sono riaffiorate in qualche opera, ma sempre a livello inconscio, mai programmato: può essere una tonalità di terra o una particolare vibrazione del segno che emerge sulla tela in modo naturale. Questo dialogo silenzioso mi insegna che l'arte non ha confini e che ogni mia esperienza nel mondo rende l'opera capace di comunicare con chiunque, ovunque.

7. Nel Multiversismo dichiari di essere libera da mode, giudizi e logiche di mercato. Quanto è complesso mantenere questa integrità all'interno del sistema dell'arte contemporanea?

Mantenere l’integrità è naturale quando la libertà è il fondamento del proprio fare arte. Oggi il sistema spinge spesso verso una produzione seriale e puramente decorativa, dove l'opera rischia di diventare un oggetto d'arredo ripetibile per assecondare il gusto del momento. Il mercato cerca il prodotto rassicurante, chiedendo all'artista di essere un brand sempre uguale a sé stesso per garantire un investimento sicuro. Io rifiuto questa logica: la mia è un’arte sentita, che nasce da un’urgenza interiore e dal mio vissuto. Creo perché mi fa piacere creare, perché lo sento come un’esigenza profonda e non perché mi venga imposto da dinamiche esterne o commerciali. Se in alcuni lavori scelgo di tornare su certi elementi, è perché seguo un mio percorso emotivo. Mi è capitato di partecipare a un premio a tema e di ricevere un terzo premio pittorico, quindi comprendo bene quelle dinamiche; tuttavia, la mia natura mi porta altrove: preferisco la profondità di un Concept aperto che lasci respirare la mia visione. Rivendico con orgoglio la mia formazione indipendente: ciò che conta davvero è il mio dialogo con l’opera, la sua capacità di vibrare e di parlare una lingua genuina. Essere multiversista significa proprio proteggere questa verità, affinché l'arte rimanga una manifestazione sincera e libera della propria visione.

8. Spesso affermi di non voler essere "decifrata", ma di lasciare spazio alla risonanza emotiva dello spettatore. Che ruolo ha chi osserva nel completamento dell'opera?

In realtà, non è che io non voglia essere decifrata, semplicemente non lo pretendo. Anche se le mie opere hanno dei titoli, idealmente preferirei quasi non darli, proprio per questa mia voglia di interagire con lo spettatore senza condizionarlo. Mi interessa lasciare spazio a un'interazione libera e scoprire cosa gli altri vedano nel mio lavoro. Per me l'opera non è un oggetto inerte, ma qualcosa che vive. Mi piace l'idea che chiunque si trovi davanti a una mia creazione, sia la persona che sceglie di portarla a casa, sia il visitatore che la osserva in un'esposizione, non interagisca con un semplice quadro, ma con una presenza che parla e che continua a mutare nel tempo insieme a chi la guarda. Quando c'è corrispondenza tra ciò che ho espresso sulla tela e ciò che l'osservatore percepisce, provo una grande gratificazione: significa che l'energia che ho impresso ha trovato un linguaggio comune con la sensibilità dell'altro. In questo senso, lo sguardo di chi guarda è fondamentale perché è l'elemento che completa l'opera, rendendola un'esperienza ogni volta diversa e profondamente umana.

9. L’esperienza di Pechino e la creazione condivisa con artisti cinesi hanno messo in dialogo discipline, tecniche e sensibilità diverse. Cosa ti ha insegnato quell’incontro sul concetto di limite e di controllo nel gesto artistico?

È stata un’esperienza straordinaria che è andata ben oltre la mostra. Durante il mio soggiorno a Pechino, ho rincontrato Liu, un artista conosciuto a Parigi, che insieme ad altri colleghi e a un docente universitario mi ha invitata nei loro studi. Lì mi sono immersa nella loro tradizione: la carta di riso finissima, i pigmenti minerali e la sacralità dei sigilli. Affascinata da tanta bellezza, ho espresso il desiderio di creare un’opera insieme. Ho utilizzato per la prima volta il Maobi, un pennello difficoltoso da impugnare: inizialmente ho continuato a usarlo secondo la mia gestualità abituale e ho commesso una piccola imperfezione. Usavo un inchiostro che non ammette errori: una volta poggiato sulla carta di riso non si può più cancellare, si può solo diluire. Ma in quel momento è emerso il mio Multiversismo: l'imprevisto di quella sbavatura non è stato un ostacolo, ma ha aperto un varco verso un nuovo panorama, diventando un punto di forza che mi ha spinta a continuare a creare. In questo scambio, mentre io utilizzavo la loro tecnica, loro hanno continuato ad adattarsi al mio disegno e alla mia libertà espressiva. La vera metamorfosi è avvenuta quando abbiamo spostato l’opera dalla parete a terra, sopra un panno di feltro: lì ho iniziato a usare il pennello proprio come facevano loro e abbiamo armonizzato il lavoro, inzuppando la carta di inchiostro colorato e acqua. Inizialmente ero preoccupata che l'opera si stesse rovinando, ma i maestri mi hanno spiegato che attraverso l'evaporazione si sarebbero create diluizioni e sovrapposizioni uniche. È stata una fusione totale di stili, tradizioni e arte. In quella cultura il sigillo ha una valenza sacra; non avendone uno mio, i maestri hanno fatto uno strappo alla regola, invitandomi a firmare con l’impronta digitale usando il cinabro rosso. Vedere la mia impronta accanto ai loro sigilli millenari è stato un onore immenso. Questa esperienza mi ha insegnato che l'arte non ha limiti e non conosce barriere. È stato un fare arte in modo sentito e collaborativo, dove ognuno, con il proprio universo personale, ha contribuito a creare un’opera unica: un autentico multiverso condiviso.

10. Guardando al futuro, tra grandi esposizioni e nuovi progetti, senti che il tuo Multiverso sta ancora espandendosi o stai esplorando territori più interiori e silenziosi?

Queste due dimensioni procedono di pari passo. Il mio Multiversismo è in perenne evoluzione perché io stessa sono in movimento: non potrei mai restare ferma a ripetere sempre la stessa cosa perché detesto la monotonia. Dipingo da sempre e dipingerò sempre, perché la mia arte è un’esigenza interiore che fa parte della mia quotidianità, a prescindere dalle grandi esposizioni o dai progetti esterni. Non vedo il futuro come un punto d’arrivo, perché se ci fosse un arrivo significherebbe che tutto è finito. Per me il futuro è un continuo evolversi: ogni traguardo non è una meta, ma una nuova partenza che mi sposta altrove. Lo vedo come una serie di varchi che continuano ad aprirsi: ogni nuovo incontro o emozione rappresenta una possibilità, una scintilla che può accendere una nuova visione e diventare, in modo del tutto inaspettato, un altro frammento del mio Multiversismo.

 

Al termine di questa conversazione, ciò che resta non è una definizione, ma una sensazione di apertura. Il percorso di Lia Chia non si lascia racchiudere in una sintesi lineare, perché la sua ricerca procede per espansioni, deviazioni, ritorni inattesi. Ogni parola sembra alludere a qualcosa che continua oltre, come se l’opera non si esaurisse mai nel momento in cui viene mostrata o raccontata.
Il Multiversismo, emerso tra le righe di questa intervista, appare come un movimento continuo più che come una teoria: una tensione costante verso il possibile, verso ciò che ancora non ha forma ma già preme per manifestarsi. È un modo di stare nel mondo prima ancora che nell’arte, un esercizio di ascolto e di fiducia nell’imprevisto, dove il controllo lascia spazio alla trasformazione e il limite diventa occasione.
In questo orizzonte, la pittura non è una risposta ma una domanda aperta. Ogni opera si offre come un campo di esperienza che continua a vivere nel tempo, cambiando con chi la osserva e con i contesti che la accolgono. Nulla è definitivo, nulla è fissato una volta per tutte: anche il silenzio, anche l’apparente quiete, custodiscono una tensione pronta a riattivarsi.
Concludere questa intervista significa quindi non chiudere, ma lasciare una soglia socchiusa. Il lavoro di Lia Chia invita a sostare in quello spazio instabile dove le certezze si allentano e lo sguardo impara a muoversi senza mappe. È lì, in quella zona di passaggio, che il Multiverso continua ad espandersi — non come promessa futura, ma come presenza viva, già in atto.

 

 

La Redazione 

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