La ricerca artistica di Stefania Tagliabue prende forma dall'incontro tra memoria, materia e trasformazione. Il legno, elemento centrale della sua produzione, non viene scelto per le sue qualità estetiche, ma per la storia che custodisce. Ogni tavola reca impressi i segni del tempo: venature profonde, crepe, nodi, tracce di tarli, incisioni e alterazioni che testimoniano una lunga esistenza. Sono frammenti di vite trascorse, materiali dimenticati o destinati allo scarto che l'artista sottrae all'oblio per restituire loro una nuova possibilità di espressione.
Il momento che segna l'inizio di questa ricerca nasce quasi come una rivelazione. L'incontro con un antico disco di noce, recuperato nel magazzino di un falegname e considerato ormai privo di valore, diventa l'origine di un percorso che negli anni si trasforma in una vera e propria poetica del recupero. Da allora ogni ricerca di nuovi supporti assume il carattere di un'esplorazione, nella quale l'artista sembra riconoscere, ancora prima di intervenire, l'immagine già nascosta all'interno del legno. La materia non viene piegata alla volontà dell'autore, ma ascoltata, osservata e compresa, fino a instaurare un dialogo in cui intuizione e natura procedono insieme.
In questo processo la pirografia assume un ruolo profondamente simbolico. Il fuoco non è soltanto uno strumento tecnico, ma il mezzo attraverso cui il legno viene nuovamente interrogato. Ogni incisione rappresenta un gesto definitivo che modifica la superficie senza cancellarne la memoria. Al contrario, il segno artistico si intreccia alle tracce già presenti, amplificandone il valore narrativo. Le profonde incisioni realizzate con il pirografo conferiscono tridimensionalità alle immagini e restituiscono la sensazione che l'opera emerga naturalmente dalla materia, come se fosse sempre esistita all'interno del supporto.
Uno degli aspetti più significativi della poetica di Stefania Tagliabue risiede proprio nella capacità di trasformare ciò che comunemente viene percepito come difetto in elemento di valore. Le spaccature, le imperfezioni e le ferite del legno non vengono mai nascoste; diventano parte integrante della composizione, assumendo un significato che supera la dimensione estetica per farsi riflessione sulla condizione umana. Così come il legno conserva le tracce del tempo senza perdere la propria dignità, anche l'esperienza dell'uomo è fatta di fragilità che possono trasformarsi in forza, memoria e consapevolezza.
La sua ricerca affronta inoltre un tema di grande attualità: quello del recupero e della sostenibilità. Tuttavia sarebbe riduttivo leggere il suo lavoro esclusivamente attraverso una prospettiva ecologica. Il riuso del materiale diventa un gesto culturale e simbolico, un invito a riconsiderare il valore delle cose e il rapporto che instauriamo con il tempo, con la natura e con ciò che definiamo inutilizzabile. Ogni opera dimostra che nulla è realmente privo di significato quando viene osservato con uno sguardo capace di riconoscerne le potenzialità.
Ne emerge una pratica artistica fondata sull'ascolto della materia e sull'accettazione della sua imprevedibilità. Ogni essenza lignea reagisce in maniera diversa al calore, al colore e all'incisione, costringendo l'artista a un continuo esercizio di adattamento. L'opera finale non è mai il risultato di un controllo assoluto, ma di un equilibrio costruito tra intenzione creativa e risposta del materiale, tra progetto e sorpresa, tra memoria e presente.
L'intervista che segue conduce il lettore all'interno di questa ricerca, rivelando una concezione dell'arte che restituisce dignità al tempo e alle sue tracce. Attraverso le parole di Stefania Tagliabue emerge una poetica nella quale il recupero diventa rinascita, il fuoco si trasforma in linguaggio e il legno, da semplice materiale, assume il ruolo di autentico testimone della memoria. Le sue opere non raccontano soltanto la trasformazione della materia, ma invitano l'osservatore a riflettere sul valore delle proprie imperfezioni, ricordando che proprio ciò che porta i segni del tempo può custodire la forma più autentica della bellezza.
Il tuo rapporto con il legno va ben oltre la scelta di un materiale. Quando hai compreso che sarebbediventato il cuore della tua ricerca artistica?
Il colpo di fulmine che mi ha spinta alla ricerca di materiali sempre più particolari è avvenuto circa 7anni fa, durante la visita presso il laboratorio di un anziano falegname al quale avevo commissionato alcunisemplici articoli per piccoli lavori su commissione. In un polveroso magazzino dove erano conservati alcunilegni molto vecchi e in buona parte dimenticati, sono rimasta affascinata dalla presenza di supporticonsiderati di scarto, ma dei quali già riuscivo a vedere le grandi potenzialità. Fra questi, un disco di legnomassiccio col diametro di circa 30 cm e spesso un paio, sul quale erano ben visibili le tracce dellascalpellatura eseguita a mano chissà quanto tempo prima. Parlando col falegname, è emerso che si trattava diuna sezione di noce antico di almeno centocinquant’anni, e che effettivamente per lui non aveva quasi alcunvalore. Dopo averlo pulito e lavorato, ho realizzato su quel disco il mio primo lavoro importante, l’immaginedi un cardellino su di un ramo. Da lì è partita la mia ricerca di supporti sempre più particolari e unici, grazieall’appoggio di altri falegnami con cui ora collaboro stabilmente.
Ogni tavola che scegli porta con sé una storia già scritta. Come avviene l’incontro con questi legni, ecosa ti fa capire che proprio quel frammento è destinato a diventare un’opera?
Quasi sempre la ricerca parte dai magazzini nei quali i falegnami conservano il legname, spesso sottoforma di lunghe assi destinate a diventare mobili o pavimentazioni, oppure anche materiali recuperati dabaite in demolizione, comunemente ritenuta legna da ardere. Mi capita quindi di intravvedere in queste assisporche e tarlate, irregolari e sagomate, il soggetto che sarà pirografato dopo la lavorazione e la pulizia. Daun’asse lunga tre metri possono uscire due o tre supporti diversi fra loro, ciascuno col proprio disegno giàimmaginato. Altre volte, invece, chiedo agli artigiani di assemblare fra loro due o tre segmenti troppo strettiper essere utilizzati singolarmente, ottenendo così un supporto ancora più affascinante, come è avvenuto peresempio con l’opera “Sipario”, composta da tra assi recuperate dalla pavimentazione di una vecchia baita del1620.
Nella tua pratica artistica il recupero non sembra essere soltanto un gesto ecologico, ma anche un attodi restituzione. Che significato assume, per te, dare una nuova vita a materiali destinati all’abbandono?
La mia sfida è proprio quella di dare una nuova vita a oggetti considerati ormai inutili e di scarto, perchésono fermamente convinta che non esistano oggetti inutilizzabili, soprattutto se si parla di legno. Si tratta diun materiale sempre vivo, naturale e che risponde ogni volta in modo diverso ai trattamenti che gli riservo,ed è veramente affascinante vedere supporti scuriti dalla polvere e dal tempo trasformarsi in tavole dallerinate venature meravigliose. Ed è da questo che nasce la grande soddisfazione di creare un’opera d’arteladdove nessuno avrebbe pensato possibile realizzarla.
Il pirografo lascia un segno permanente sulla materia. Cosa rappresenta, simbolicamente, quel gestoche incide il legno e ne modifica per sempre la superficie?
Ogni volta che incido una tavola, cerco di rappresentare sul supporto la mia essenza, il mio modo diessere e la mia personalità. Questo si evidenzia anche nella tecnica che utilizzo, usando il pirografo quasicome un bulino che scava la superficie, lasciando nel legno solchi molto profondi e non solo la bruciaturasuperficiale. Si tratta di una modalità che conferisce una maggior tridimensionalità all’immaginerappresentata, proprio grazie alle incisioni profonde.
Le venature, le crepe, i tarli e le imperfezioni non vengono nascosti, ma diventano parte integrante delletue opere. Perché ritieni importante conservare le tracce del tempo, invece di cancellarle?
Le tracce del tempo sui supporti che scelgo non sono difetti da nascondere o da eliminare, macomponenti della vita vissuta del legno. Che siano spaccature o tracce dei tarli, crepe o scheggiature, si trattacomunque di elementi che possono essere valorizzati e diventare parte integrante dell’opera. Nel legnoantico, come del resto nelle persone, è importante individuare i punti di forza che all’apparenza possonosembrare difetti, per riuscire a dare il meglio con quello che si ha. Da un supporto che per molti sarebbeinutile, adatto solo per il camino, è estremamente edificante veder nascere un’opera d’arte.
Hai raccontato che ogni essenza lignea reagisce in modo diverso al calore. Quanto conta, nel tuoprocesso creativo, il dialogo con l’imprevedibilità della materia?
La reazione del legno al pirografo non dipende solo dalla diversa tipologia di albero, ma anche dall’età,dalla densità e dalle tonalità che contiene. Per esempio, il noce antico ha una densità particolarmente elevata,la sua lavorazione comporta una maggiore difficoltà e tempo, e la punta che lo incide necessita di unatemperatura più alta. Il risultato tuttavia è eccellente, poiché le sfumature assumono una bellissima tonalità.Il mio dialogo con l’imprevedibilità della materia è continuo e sempre diverso, perché di volta in volta sonoio a dovermi adattare alle caratteristiche del supporto, cercando un equilibrio tra ciò che intendorappresentare e la reazione mai del tutto prevedibile del legno che sto lavorando. Ma l’adattamento non èlegato solo all’uso del pirografo, perché anche il colore che completa l’opera risponde in modo diverso aseconda della densità e della tonalità del legno su cui viene apposto. Ricordo un caso in cui, per esempio,volevo rappresentare un paesaggio cittadino con un cielo azzurro su una tavola di noce, ma la presenza diun’area più densa e scura ha impedito l’assorbimento uniforme del colore, creando un effetto più cupo, comese stesse preparandosi un temporale sulla città rappresentata. L’effetto finale ha superato le mie aspettativeiniziali.
Le tue opere sembrano custodire un equilibrio tra memoria e presente. Quale emozione speri che ilpubblico provi quando si trova davanti a un legno che porta con sé secoli di storia e lo vede trasformato inarte?
Le emozioni che cerco di suscitare in chi guarda le mie opere sono strettamente legate all’equilibrio – maanche al contrasto – fra il supporto antico e l’attualità delle rappresentazioni che riproduco, fra leimperfezioni ben visibili del legno vissuto e la contemporaneità dell’opera d’arte, fra l’utilizzo di unmateriale tutto sommato povero e la pregevolezza dell’elegante foglia oro come rifinitura. Il legno è unmateriale che ha accompagnato la storia dell’umanità sin dai suoi albori, dapprima come materiale dacostruzione o per scaldare gli ambienti e più recentemente come simbolo di ecologia e di ritorno alla natura,quindi l’equilibrio tra memoria e presente si basa proprio sul percorso storico che l’uomo ha intrapreso dasempre, con accanto la presenza costante del legno.
La tua ricerca è profondamente legata alla trasformazione. Pensi che questa trasformazione riguardisoltanto il materiale o, in qualche modo, anche chi osserva le tue opere?
Non parlerei di trasformazione in chi osserva le mie opere, ma piuttosto di una forte introspezione cheporta alla luce il vissuto di ognuno. In particolare con alcuni lavori, ho potuto constatare che l’impattoemotivo è molto intenso, con l’impressione che l’osservatore fosse quasi di fronte ad uno specchio cheriflette le sue emozioni e le esperienze della propria vita, con reazioni che oscillano tra lo stupore e lacommozione.
Guardando il tuo percorso artistico, dalla ceramica alla pirografia, quali sono gli elementi che sonorimasti immutati e quali, invece, senti di aver completamente trasformato nel tuo modo di fare arte?
Mi sono dedicata alla ceramica in età giovanile, e ad oggi posso dire che molti elementi legati allacreatività sono rimasti immutati. Ma se nella ceramica l’atto di creare parte proprio dall’oggetto, che amavoformare lavorando con le mani la creta che poi veniva cotta e decorata, nella pirografia il supporto può almassimo venire modificato. Entrambe le tecniche si basano sul contatto con elementi primordiali (creta,legno) e sulla loro trasformazione, pur se con modalità differenti. La pirografia mi consente però diesprimere maggiormente ciò che sono e ciò che sento, e la ritengo una forma di comunicazione più efficacenei confronti di chi osserva. Rispetto a quando lavoravo la ceramica, molti aspetti della società sonocambiati: argomenti come il recupero dei materiali di scarto e l’ecologia non avevano ancora l’attualeimportanza, e la pirografia mi permette di sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica sul riutilizzo dimolti oggetti che pensiamo distrattamente abbiano terminato la loro utilità.
Se dovessi racchiudere la tua ricerca in un unico pensiero da lasciare alla future generazioni, qualemessaggio vorresti che le tue opere continuassero a trasmettere anche quando tu non sarai più presente?
Ritengo fondamentale trasmettere alle nuove generazioni un messaggio di rispetto verso il nostro pianeta,con un invito a consumare meno e riutilizzare di più, difendendo un ambiente ormai purtroppo maltrattato edeccessivamente sfruttato. Trovo molto stimolante svolgere attività didattica con i bambini, esperienza che hovissuto recentemente, insegnando loro come funziona il pirografo e l’importanza di riciclare anche il legno.
Maria Di Stasio
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